Consiglio regionale aperto - 22 maggio 2023 Riflessioni sui diritti umani e civili con particolare riferimento alla condizione della donna in Iran e Afghanistan

22 Maggio 2023

Consiglio regionale aperto - 22 maggio 2023

Riflessioni sui diritti umani e civili con particolare riferimento alla condizione della donna in Iran e Afghanistan

Il 10 dicembre 1948 a Parigi, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, di cui quindi quest’anno ricorreranno i 75 anni di vita. Questa Dichiarazione, che è frutto di un’elaborazione secolare, dai principi del diritto romano al Bill of Rights inglese del 1689 alla dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America del 1776 alla dichiarazione francese dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789, sancisce principi quali la dignità e l’uguaglianza delle persone, il contrasto alla schiavitù, alla tortura e alle discriminazioni, il diritto d’asilo a fronte di persecuzioni, la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La dichiarazione del 1948 stabilisce anche che ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, abbinando quindi la categoria del dovere a quella dei diritti. Questa dichiarazione fu votata dall'assemblea generale formata in quel momento da 58 paesi; 48 di essi si dichiararono a favore e firmarono il documento. Tra questi vi erano anche

AfghanistanBirmaniaCinaCubaEgittoEl SalvadorEtiopia,  HaitiIranNicaraguaPakistanSiriaTurchiaVenezuela.

Nessun paese votò contro

Questo documento è la base di molte delle conquiste giuridiche del XX secolo e doveva essere applicato in tutti gli stati membri dell’ONU, che oggi sono 193. Così non è stato, a partire dai paesi che ho citato, che sono firmatari della dichiarazione, ma l’hanno evidentemente violata a più riprese.

Purtroppo, sebbene la dichiarazione dei diritti umani sia considerata una sorta di Costituzione internazionale, spingendo alcuni giuristi a ritenere che abbia carattere vincolante come parte del diritto internazionale consuetudinario, questa dichiarazione è regolarmente disattesa, indebolendo la reputazione ed autorevolezza dell’organizzazione delle nazioni unite, come è accaduto in questi giorni anche a fronte della nomina a presidente della conferenza internazionale dell’Onu sui diritti dei lavoratori del ministro del lavoro del Qatar, della nomina della Russia alla presidenza del Consiglio di sicurezza e dell’Iran alla presidenza del Forum sociale per i diritti umani. Tre Stati, la Russia, il Qatar e l’Iran che non sono certamente degni di tutelare rispettivamente la pace nel mondo, i diritti dei lavoratori e i diritti umani.

Oggi il consiglio regionale del Piemonte dedica in modo significativo una seduta alla riflessione sui diritti umani e civili. Credo che la nostra Regione possa essere particolarmente idonea a questo compito, considerando che il nostro territorio, per primo in Italia, riconobbe nel 1848 i diritti di cittadinanza alle minoranze religiose dei valdesi e degli ebrei, riconoscendo in quell’anno ai cittadini sabaudi di religione valdese e ebraica tramite le Regie Patenti i diritti civili, non ancora di quelli religiosi, i diritti politici e il diritto a frequentare gli istituti scolastici. Tale decisione aprì la strada al riconoscimento nel tempo delle libertà civili per le minoranze religiose. Questo provvedimento assegnò formalmente la cittadinanza ai singoli individui delle minoranze religiose. La regressione dei diritti di cittadinanza durante il ventennio fascista induce oggi a mantenere alta l’attenzione su queste tematiche e a promuovere iniziative di sensibilizzazione e di cura della memoria storica, per accrescere l’orgoglio e la consapevolezza rispetto alle conquiste giuridiche pionieristiche ottenute nel 1848 proprio in Piemonte e in seguito estese all’intero territorio nazionale. Il 17 febbraio ed il 29 marzo 1848 sono un traguardo della civiltà e dei diritti inalienabili della persona, un traguardo precursore delle successive conquiste.

Il rispetto per i diritti umani, in una società che cambia ed è sempre più plurale, costituisce la migliore garanzia per un pieno sviluppo e rispetto reciproco tra i cittadini, consapevoli che la libertà della persona è, nella dimensione democratica, il termometro di ogni altra libertà, concorrendo infatti al rafforzamento della democrazia.

Una terra come la nostra, che introdusse per prima lo Stato di Diritto sul territorio italiano, può avere una particolare autorevolezza nel denunciare ogni fenomeno di violazione dei diritti umani, in Italia e nel mondo.

Pensiamo alle torture subite dai migranti in Libia, alla persecuzione dei cristiani in Pakistan, Nigeria, India, Indonesia, Afghanistan, Iran ecc, all’aumento delle esecuzioni capitali in Cina, Arabia Saudita ed Iran, alla tratta di esseri umani, all’equiparazione dell’omosessualità a un reato in alcuni paesi del mondo, alle molteplici forme di sfruttamento e svilimento della donna: in particolare, lo stupro etnico, le spose bambine, l’utero in affitto, la violenza di genere, la disparità salariale, le dimissioni in bianco per ragioni legate alla gravidanza.

La dichiarazione universale dei diritti umani afferma testualmente nel suo preambolo l’uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, eppure, in alcuni paesi del mondo le condizioni femminili sono particolarmente gravi.

Dopo il martirio della 22enne curda Mahsa Amini, uccisa a settembre in Iran dalla “polizia morale” perché indossava male il velo, in quel paese le uccisioni dei manifestanti sono state continue. Migliaia di arresti, 560 persone uccise, di cui 68 minori e una cinquantina di donne, e molte centinaia di feriti; in modo particolare, un numero considerevole di giovani è stato colpito agli occhi da proiettili da guerra o da caccia. Centinaia di scuole femminili sono state oggetto di attacchi con gas chimico organizzati da gruppi legati all’autorità iraniana, con lo scopo di intimidire e ostacolare la frequenza femminile nella scuola. Ad oggi, il regime non ha reso pubblici i nomi degli autori di questa operazione, eseguita su larga scala in tutto il paese. Come di regola, le persone arrestate durante le proteste hanno subito processi farsa presso i tribunali rivoluzionari, con torture sistematiche per forzare le confessioni che sono state trasmesse dalla televisione di stato. I procedimenti sono stati caratterizzati dalle violazioni del diritto a un processo equo. Le autorità iraniane usano la pena di morte come mezzo di repressione politica per impaurire la popolazione e mettere fine alle proteste. L’8 dicembre 2022 è stata eseguita la condanna a morte di Mohsen Shekari, accusato di “inimicizia contro Dio”, a meno di tre mesi dall’arresto. Il 12 dicembre, le autorità hanno messo a morte pubblicamente un altro giovane manifestante, Majidreza Rahanvard, con la stessa accusa. Da allora, sono state eseguite una decina di condanne e altre ventidue persone, tra cui tre minorenni, sono in attesa di esecuzione. In Iran la violazione dei diritti umani è pratica abituale e quotidiana. Dal 1979 centinaia di migliaia di persone sono state incarcerate, torturate, uccise. La violenza del regime ha colpito in modo trasversale uomini, donne, minori, invalidi, minoranze etniche e religiose che subiscono processi sommari e iniqui, senza possibilità di avere una difesa adeguata, con confessioni pubbliche estorte con la tortura. Secondo i dati di Iran Human Rights, l’Iran ha giustiziato almeno 582 persone nell’ultimo anno, di cui 3 su minori, 2 su invalidi e 16 su donne, con un aumento del 75% rispetto all'anno precedente. Sarebbe il numero più alto di esecuzioni nella Repubblica islamica dal 2015. Dall’inizio di quest’anno sono già state eseguite 256 condanne a morte, di cui 5 su donne. Il mese di maggio è stato il più cruento degli ultimi cinque anni con 90 esecuzioni nei primi 18 giorni. Lo scorso febbraio, in occasione dell’anniversario della rivoluzione islamica, il regime ha annunciato una “amnistia” e secondo il capo del potere giuridico, Ajehi, sono stati rilasciati più di ventiduemila prigionieri arrestati durante le manifestazioni. Nonostante ciò, centinaia di persone sono ancora in carcere e tra questi insegnanti, giornalisti, attivisti sindacali, intellettuali. A quattro mesi dalla presunta amnistia, molte persone rilasciate sono state riconvocate e sono stati aperti nuovi procedimenti giudiziari nei loro confronti. Centinaia di studenti, liberati con il condono, sono stati convocati dai comitati di controllo delle università e sospesi dallo studio per lunghi periodi o espulsi dall’università.
Insegnanti, professori, giornalisti e attivisti sindacali hanno perso il posto di lavoro.
La repressione continua, le vittime aumentano di giorno in giorno e per questo motivo è necessario dare un segnale di solidarietà concreta nei confronti di tutti coloro che subiscono violenze da parte del regime della Repubblica Islamica.

In Afghanistan, nonostante le conquiste ottenute in seguito all’intervento militare del 2001, la condizione della popolazione femminile è rimasta ben lontana dagli standard internazionali. Secondo i numeri riportati da Save the Children, a fine 2020, ad esempio, il 60% dei minori era escluso dal sistema scolastico è rappresentato da bambine. Inoltre ci si continua a sposare in giovane età: il 17% contrae il matrimonio prima dei 15 anni, il 46% prima dei 18 anni. Le giovani mogli hanno maggiori difficoltà a frequentare la scuola rispetto alle coetanee non sposate e subiscono spesso violenze e abusi. Inoltre, le ragazze non hanno accesso alle informazioni relative alla salute sessuale e riproduttiva, un grosso handicap che mina il loro benessere psicologico e fisico. Dopo l’evacuazione americana dell’agosto 2021, i taleban hanno ripreso completamente il potere, cancellando di fatto tutti i progressi ottenuti nei vent’anni precedenti.

Il mondo non taccia sui diritti violati, le storie delle donne a cui i regimi hanno tolto tutto continuino ad interrogarci e spronarci all’azione politica e diplomatica.

Monica Canalis

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