
LIBERI DALL’ODIO…ANCHE IN POLITICA.
“C’è chi pensa che la politica sia un’arte che si apprende senza preparazione, si esercita senza competenza, si attua con furberia. È anche opinione diffusa che alla politica non si applichi la morale comune, e si parla spesso di due morali, quella dei rapporti privati, e l’altra (che non sarebbe morale né moralizzabile) della vita pubblica. La mia esperienza lunga e penosa mi fa invece concepire la politica come saturata di eticità, ispirata all’amore per il prossimo, resa nobile dalla finalità del bene comune“.
Sono parole scritte da Luigi Sturzo nel 1948. Un monito ad applicare le regole morali anche alla vita politica, affinché non si trasformi in una zona franca, in cui tutto è lecito, compreso odiare, dissimulare, ordire intrighi e demonizzare l’avversario. Se anche nell’ambito politico ci sforzassimo di vivere con trasparenza, di adottare comportamenti corretti e di rispettare l’avversario, la politica sarebbe forse più attrattiva per le donne e per i giovani, oggi così assenti non solo nella partecipazione al voto, ma anche nei ruoli di responsabilità di governo. Una politica guerreggiata e troppo polarizzata, in cui l’avversario è considerato un nemico da abbattere, non appassiona i cristiani, i giovani e le donne, come testimoniato dai dati raccolti negli ultimi appuntamenti elettorali.
Occorre investire sulla forza del dialogo, fermo restando che dialogo non equivale a identità di vedute, così come conflitto non equivale a violenza e rispetto non equivale a cedimento o arrendevolezza. Su queste basi, dobbiamo fare di tutto per sostenere quei politici e quelle culture politiche che, pur animati da una sana dialettica, da spirito critico e dal pluralismo necessario alla democrazia, rifuggano l’aggressività gratuita e lo scontro permanente.
In Italia, arriviamo da trent’anni di polarizzazione e manicheismo: prima l’anti berlusconismo ed ora l’anti melonismo. Una pericolosa personalizzazione che ha appiattito il dibattito e ha favorito la nascita di coalizioni fondate per lo più sulla demonizzazione dell’avversario. Ma non è sulla delegittimazione personale che si vincono le elezioni o si cambia il Paese. Quello che serve è una classe dirigente che imprima anche alla politica uno spirito di responsabilità e maturità, superando la modalità del “tifo da stadio”. Non scoraggiamoci: i politici e le culture politiche che considerano la politica un servizio, adottano il metodo della mediazione contro ogni integralismo e fanatismo e rispettano l’avversario, pur avversandone le idee, esistono e sono fonti di luce in un quadro per certi versi “tribale”. Il punto è individuare questi politici e queste culture politiche e sostenerli con forza, senza indulgere al disfattismo o alle generalizzazioni pessimistiche.
Per ri-motivare i cristiani ad interessarsi alla politica e ad abbracciare questa forma di servizio, senza spaventarsi di fronte al clima d’odio che talvolta lo caratterizza, occorre poi ricreare contesti comunitari generativi delle varie vocazioni. Solo la dimensione di vita comunitaria, all’interno dei diversi corpi intermedi, fa emergere i talenti e li allena al bene comune, al gioco di squadra, alla fatica della relazione, al conflitto e al servizio disinteressato. La democrazia ha bisogno di partiti, sindacati, chiese, associazioni, cooperative, più vitali, radicati sul territorio e inclusivi verso i giovani e le donne, per diventare vivaio della classe dirigente di domani.
Infine, oltre a cercare di “umanizzare” la politica, bisogna formare persone che siano in grado di sopportarne la durezza e la competitività, con realismo. Fa male al cuore che quasi il 60% dei cattolici praticanti gonfi le sacche dell’astensionismo… dov’è il loro coraggio, la loro partecipazione alle sorti del mondo e la loro generosità? La carenza di offerta politica è indiscutibile, ma non è un alibi per non votare o non mettersi a disposizione. Per cambiare la realtà bisogna “esserci” e fare la propria parte. Lo diceva già Tina Anselmi.
Monica Canalis