RSA DEL PIEMONTE: PRIMA NON LE HANNO PROTETTE ED ORA LE LASCIANO CHIUDERE

23 Marzo 2021

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RSA DEL PIEMONTE: PRIMA NON LE HANNO PROTETTE ED ORA LE LASCIANO CHIUDERE.

Nelle Rsa e nelle altre strutture residenziali del Piemonte si concentrano le persone più fragili della nostra Regione. Si tratta infatti di 52.000 ospiti, persone anziane, spesso non autosufficienti e con molte patologie, di disabili, minori, tossicodipendenti e persone con problemi psichiatrici. E si tratta di più di 40.000 lavoratori.

Per i loro ospiti, le Rsa e le altre strutture residenziali non sono un ospedale o un centro di riabilitazione, ma una vera e propria casa. 

Le RSA in particolare sono state soprattutto nella prima ondata della pandemia l’epicentro del contagio e purtroppo anche delle vittime del Piemonte. Infatti quasi la metà delle 9.908 vittime piemontesi del Coronavirus vivevano nelle Rsa.

Purtroppo, per molto tempo la Giunta Cirio ha negato pervicacemente le responsabilità della Regione sulle Rsa. Ancora il 19 maggio, alla fine della prima ondata, l’assessore Icardi dichiarava pubblicamente che le “RSA sono soggetti estranei al SSR”. Sappiamo invece che le Rsa non sono semplici soggetti privati, ma strutture accreditate che svolgono per conto dell’ente pubblico un servizio essenziale, sono concessionarie di un pubblico servizio e garantiscono il diritto ai LEA, cioè ai Livelli Essenziali di Assistenza, a titolarità sanitaria. Non sono semplici “fornitori”, ma veri e propri “partners” dell’ente pubblico, nello spirito del principio di sussidiarietà.

Le Rsa del Piemonte si reggono per circa la metà dei posti autorizzati su una convenzione finanziata dal Fondo Sanitario Regionale, quindi dall’assessorato di Icardi, e la loro gestione e coordinamento è in capo all’Assessorato di Caucino.

I posti letto accreditati nelle RSA del Piemonte al 31 dicembre 2019 erano 29.595, di cui 14.000 in convenzione cioè col 50% della retta pagato dalla Regione.

Siamo quindi in un settore che non è solo sociale, ma a tutti gli effetti socio sanitario. Eppure questo settore cruciale, nella seconda Regione più anziana d’Italia, fino a pochi mesi fa era oggetto di un deliberato disimpegno della Giunta Cirio e quasi di un senso di fastidio.

Le Rsa e le altre strutture residenziali sono state la prima linea del contagio, eppure il Protocollo che le riguardava è stato varato solo a pandemia inoltrata e l’Osservatorio sulle Rsa si è insediato solo a fine agosto 2020. Ci sono stati molti ritardi e pasticci sui tamponi, sulla fornitura di DPI e sulla garanzia della presenza di personale.

E soprattutto solo il 18 dicembre, in zona cesarini, la Giunta Cirio ha proposto un disegno di legge sui ristori alle strutture residenziali, per dare sollievo a residenze che nel 2020 hanno avuto molti posti vuoti, con forte rischio per la tenuta dei loro bilanci.

Tale provvedimento era molto atteso, necessario, soprattutto in una Regione come la nostra, caratterizzata da una maggioranza di strutture piccole e medio piccole, legate al Terzo Settore no profit e alle comunità locali e non ai colossi della cura, che sulle Rsa hanno costruito potenti business. Era un provvedimento necessario, ma si è rivelato tardivo, insufficiente, frammentario, confuso, non risolutivo e con una copertura finanziaria senza fondamento.

Ci è voluta la letteraccia dei Vescovi piemontesi del 2 novembre 2020 per svegliare la Giunta Cirio dalla sua indifferenza nei confronti della grave crisi delle strutture per anziani e per le altre persone fragili. Ancora una volta è emerso che questa Giunta non ha consapevolezza e padronanza delle riforme urgenti di cui le cure territoriali hanno bisogno. E, badate bene, volutamente non parlo solo di medicina di territorio ma in senso più ampio di “cure territoriali”, che non sono solo sanità in senso stretto. Cirio, i suoi assessori, le sue task force e i suoi capi di gabinetto, intervengono solo quando qualcuno grida più forte e minaccia di macchiare l’immagine mediatica della Giunta. Attenzione però: non è a colpi di annunci e rattoppi dell’ultimo minuto che si fanno le riforme. Fino ad ora abbiamo visto tanto fumo e poco arrosto e anche la legge regionale sui rittori non fa eccezione. Va anche ricordato che le altre Regioni italiane sono intervenute ben prima del Piemonte per soccorrere le Rsa. Questo provvedimento pertanto era dovuto sulla base delle economie 2020. La Giunta non mette soldi in più rispetto al dovuto, non fa una gentile concessione come ha espresso più volte l’Assessore Caucino in commissione, ma semplicemente ripristina una parte di quanto previsto dalle DGR regionali.

 

La cifra di 30 milioni per le Rsa convenzionate è inoltre sotto dimensionata rispetto a quanto sarebbe dovuto. Ci ha colpito la reticenza della Giunta nel fornire i dati sul risparmio 2020 sugli inserimenti in convenzione. La normativa vigente (D.G.R. 45 del 2012 e D.G.R. 85 del 2013) prevede un budget regionale annuale per convenzionamenti pari a 265 milioni di euro. Nel 2018 la spesa regionale per convenzionamenti ammontava a 267 milioni di euro, nel 2019 a 250 milioni e nel 2020 a circa 220 milioni (secondo le stime emerse in commissione). I fondi a disposizione delle RSA sono pertanto diminuiti durante il mandato di Cirio, nonostante il progressivo invecchiamento dei piemontesi e il relativo aumento dei bisogni di assistenza. Le risorse per i convenzionamenti sono attinte dal Fondo Sanitario Regionale e quindi sono LEA, Livelli Essenziali di Assistenza. SUI LEA NON SI Può RISPARMIARE. LO DICIAMO FORTE! E i 19,50 milioni allocati in questo disegno di legge sul 2020 sono meno della metà della cifra risparmiata nel 2020 dalla Regione. Senza contare che i ristori per le RSA di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna hanno importi decisamente superiori a quelli del Piemonte. E salvaguardano meglio i livelli occupazionali.

 

La legge sui ristori inoltre si limita a dare una boccata d’ossigeno alle residenze, dà un sollievo momentaneo, ma lo fa guardando al dettaglio e ignorando la visione d’insieme. La Giunta non ha ancora affrontato il nodo vero che è la revisione della residenzialità, unitamente al potenziamento della domiciliarità. In Piemonte occorre avviare un ampio processo di confronto e concertazione, con il Consiglio Regionale e con le Parti Sociali, per arrivare in tempi brevi alla revisione della Dgr 45/2012 e della Dgr 85/2013, non limitandosi a garantire la sopravvivenza finanziaria delle Rsa, ma realizzando una loro riforma complessiva ed organica, una rivisitazione del modello, dell’integrazione con la sanità e dei livelli tariffari. Senza dimenticare il comparto fondamentale delle cure domiciliari, colpevolmente assenti nel provvedimento fino all’approvazione dell’emendamento del PD. Non si può parlare di residenzialità senza domiciliarità. Sono entrambi pilastri complementari del Piano socio sanitario, che il Piemonte deve al più presto presentare.

Occorre riformare le Rsa, garantendo maggiore integrazione con il sistema sociale e sanitario, assicurando dimensioni più contenute delle strutture, tariffazioni più eque, minore isolamento rispetto al territorio.

 

E’ poi emerso che, per quanto riguarda i ristori alle strutture autorizzate ma non convenzionate, sui 10 milioni previsti dalla legge, i 4 provenienti dalle derivazioni idroelettriche non esistono perché la norma piemontese sulle derivazioni, elaborata dalla Giunta Cirio, è stata impugnata.

 

Infine i ristori approvati dalla maggioranza regionale non sono risolutivi. La continuità delle prestazioni residenziali si garantisce innanzitutto garantendo il diritto all’inserimento in convenzione nelle RSA. Questa sarebbe stata la strada maestra per garantire sia i LEA di anziani e disabili sia la sostenibilità finanziaria delle strutture. Perché invece di limitarsi a dare dei ristori alle imprese, la Giunta non ha previsto di aumentare le risorse per i convenzionamenti? Si sarebbe almeno potuto convenzionare i posti attualmente occupati e non convenzionati, sollevando nuove famiglie di almeno metà retta; invece su questo non c'è nulla. Senza un impulso delle ASL ai nuovi inserimenti in convenzione, favoriti dai rapidi progressi delle vaccinazioni sugli over 80, tra tre mesi saremo da capo e saranno necessari ulteriori ristori. Il sistema ripartirà veramente solo con i nuovi convenzionamenti. Un provvedimento una tantum, che utilizza risorse del Fondo sanitario regionale per finalità solo indirettamente sanitarie, non risolve nulla e non è pienamente coerente con la garanzia del diritto ai LEA.

 

Il sistema delle Rsa piemontesi e delle altre strutture residenziali piemontesi è pertanto sull’orlo del collasso.

I fronti caldi sono tre:

  1. Quasi il 30% dei posti autorizzati è vuoto, con numeri allarmanti anche sui posti convenzionati, quelli coperti al 50% dalla quota sanitaria. 
  2. I ristori approvati dal Consiglio Regionale il 20 gennaio non sono ancora stati erogati, a dispetto da quanto annunciato dalla Giunta Cirio.
  3. I ristori di 40 milioni approvati dal centro destra sono comunque di importo decisamente inferiore rispetto al risparmio accumulato dalla Regione nel 2020, per mancati inserimenti in convenzione. La Regione ha risparmiato sulle persone più fragili.

Non solo la Giunta Cirio a distanza di più di un anno dall'inizio della pandemia non ha ancora erogato un solo euro di ristoro alle Rsa, ma tiene anche nascosti i dati sul risparmio accumulato nel 2020 e sul numero effettivo di posti vuoti.

 

Così il sistema salta, con grave danno per famiglie ed imprese. Moltissime Rsa rischiano infatti di chiudere. 

 

Ci sono 30.000 persone in lista d'attesa. Possibile che non se ne trovino 8.000 per riempire i posti vuoti?!?

 

La Giunta Cirio prima non ha protetto adeguatamente le Rsa piemontesi, teatro nel 2020 di una vera e propria strage, ed ora le lascia chiudere.

Le Rsa necessitano di un intervento di riforma, ma devono innanzitutto poter sopravvivere finanziariamente a questa crisi, altrimenti le liste d’attesa diventeranno ancora più drammatiche, in una Regione come la nostra, con un quarto della popolazione sopra i 65 anni. 

 

Monica Canalis – Consigliera Regionale

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