PER UN 2018 DI PACE

5 Gennaio 2018

PER UN 2018 DI PACE

Monica Canalis

5/1/2018

“La pace, che gli angeli annunciano ai pastori nella notte di Natale, è un’aspirazione profonda di tutte le persone e di tutti i popoli, soprattutto di quanti più duramente ne patiscono la mancanza.”.

Con queste parole esordisce Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace.

Nell’anno che si apre ricorderemo il centenario della vittoria nella Grande guerra e la fine delle immani sofferenze provocate da quel conflitto. In questi mesi di un secolo fa i diciottenni di allora – i ragazzi del ’99 – vennero mandati in guerra, nelle trincee. Molti vi morirono. Talvolta, corriamo il rischio di dimenticare che, a differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, viviamo nel più lungo periodo di pace del nostro Paese e dell’Europa. Non avviene lo stesso in tanti luoghi del mondo. Assistiamo, persino, al riaffacciarsi della corsa all’arma nucleare. Abbiamo di fronte, oggi, difficoltà che vanno sempre tenute ben presenti. Ma non dobbiamo smarrire la consapevolezza di quel che abbiamo conquistato: la pace, la libertà, la democrazia, i diritti. Non sono condizioni scontate, né acquisite una volta per tutte. Vanno difese, con grande attenzione, non dimenticando mai i sacrifici che sono stati necessari per conseguirle.”

Queste invece sono le parole di Mattarella nel suo messaggio di fine anno.

Il mondo in cui viviamo ha superato la Guerra Fredda, l’attacco alle torri gemelle, le primavere arabe e tante crisi regionali, ma oggi non è ancora un mondo in pace.

Ci lasciamo alle spalle un 2017 in cui i popoli in guerra erano ancora molti. Afghanistan, Irak, Yemen, Somalia, Libia, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Nigeria, Ciad, Mali, Repubblica Democratica del Congo, Ucraina ecc. Ricordiamo in modo particolare la Siria, coinvolta in una guerra che dal 2011 ha fatto quasi 500mila morti e ha provocato un esodo di proporzioni straordinarie. 5 milioni di rifugiati e 6 milioni di sfollati.

Nel 2017 è stato sconfitto il Daesh, per lo meno nella sua configurazione territoriale, ma resta il nodo dei foreign fighter, giovani europei che hanno abbracciato la causa dello stato islamico e che ora potrebbero tornare nei paesi d’origine. Sono figli dell’Europa, vissuti in mezzo a noi, ma hanno maturato una cultura di morte e di odio, forse non sentendosi a pieno titolo parte della nostra comunità. La radice dell’odio e dell’intolleranza è alla base degli attacchi terroristici che violano l’apparente pace dei paesi occidentali. Pace non è solo assenza di guerra, ma è soprattutto il fiorire di una cultura di convivenza rispettosa tra le persone, fondata su rapporti di giustizia. Nel 2017 sono state tantissime le vittime di terrorismo, a Istanbul, San Pietroburgo, Stoccolma, Parigi, Manchester, Londra, Barcellona, Turku, New York, Afghanistan, Nigeria, Egitto, Siria, Irak e negli altri paesi del mondo.

La pace è minacciata anche dalle grandi crisi umanitarie che generano morte ed emigrazione. Pensiamo alla grande epidemia di colera in Yemen, ai disordini in Venezuela, alla siccità in Somalia, Nigeria e Sud Sudan, alla crisi dei Rohingya nell’ex Birmania.

Nel 2017 da un lato la comunità internazionale ha premiato l’impegno per il disarmo con il conferimento del Nobel per la Pace alla Campagna per l'Abolizione delle Armi Nucleari, dall’altro abbiamo assistito ad un’escalation della tensione militare tra Corea del Nord e Stati Uniti.

Il 2017 è stato poi segnato da una crescita dell’isolazionismo e dalla riduzione della cooperazione tra gli Stati, complici la debolezza dell’ONU e la sua irrilevanza negli equilibri mondiali. Questo isolazionismo è culminato nell’abbandono da parte degli Stati Uniti degli accordi di Parigi sul clima e dalle minacce all’ONU per essere stati messi in minoranza sulla scelta di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

 

Guerra, terrorismo, crisi umanitarie, corsa agli armamenti, isolazionismo degli Stati, sono i grandi temi su cui lavorare nel 2018 per far crescere la pace.

Sarà fondamentale il ruolo dell’Europa, un aggregato di popoli che nei secoli passati si sono scontrati in guerre sanguinose e che 70 anni fa hanno smesso di uccidersi a vicenda e hanno iniziato a collaborare. L’Europa è chiamata a preservare questa pace e ad espanderla nei paesi limitrofi, nonostante le sirene dei populismi e degli euroscettici.

Anche l’Africa potrebbe giocare un ruolo inaspettato. Sebbene sia ancora teatro di molti conflitti, nell’ultimo periodo ha registrato segnali incoraggianti, sia sotto il profilo economico sia sotto quello politico. Nel 2017 alcuni paesi africani hanno avuto tassi di crescita elevati (Etiopia, Ghana, Mozambico, Senegal, Tanzania, Rwanda, Costa d’Avorio) e in altri si sta affermando una gestione più democratica del potere (nella travagliata Somalia si è votato per il cambiamento, in Angola e Zimbabwe due dei presidenti più longevi del continente sono stati sostituiti).

L’Europa e l’Africa dovranno affrontare insieme la sfida del nostro tempo, l’immigrazione, affinchè non si trasformi in un focolaio di nuove guerre. Si promuovano le buone pratiche, come i corridoi umanitari. Si combatta la tratta di esseri umani. Si potenzi la cooperazione allo sviluppo nei paesi d’origine. Perché, come ci ricorda Papa Francesco nel suo messaggio “i migranti e i rifugiati sono uomini e donne in cerca di pace e tutti facciamo parte di una sola famiglia, migranti e popolazioni locali che li accolgono, e tutti hanno lo stesso diritto ad usufruire dei beni della terra, la cui destinazione è universale. “

 

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