PER CRESCERE UN BAMBINO CI VUOLE UN VILLAGGIO

21 Novembre 2022

 

“Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”, recita un vecchio detto africano. La famiglia infatti non basta, ci vuole una rete più ampia, una comunità che sappia offrire ulteriori relazioni e opportunità di crescita. E sappia essere un salvagente nei momenti di fragilità. Eppure, sempre più spesso, si corre il rischio di considerare la famiglia come un universo privato, nella cui intimità è bene non intromettersi, come se il legame familiare creasse un confine col mondo esterno. Dietro a questa concezione privatistica e isolata della famiglia, si nasconde tuttavia un modello individualista e frammentato delle relazioni umane, che espone il bambino e gli altri soggetti deboli a molti rischi e tradisce una visione “proprietaria” del minore. Sotto il profilo giuridico ed anche pedagogico, il bambino non è proprietà di nessuno, neanche dei suoi genitori biologici, e ha il diritto di crescere in una famiglia affettivamente ed educativamente adeguata, che si integri con il resto della comunità. I bambini devono essere custoditi e protetti dai loro genitori, ma non sono dei loro genitori. Lo Stato oggi riconosce una responsabilità condivisa nei confronti dei bambini, poiché i genitori sono i primi educatori responsabili dei loro figli, ma non sono i soli. Occorre inoltre superare e comporre la dicotomia fra diritti del bambino e diritti del genitore. “Dalla capacità procreativa non scaturisce automaticamente la capacità genitoriale”, ci ricorda Chiara Saraceno, ed i genitori, più che diritti, hanno doveri verso i figli. L’aspetto più importante è che i minori sono titolari di per sé di diritti. Il ruolo dello Stato è proteggere i bambini e concorrere alla responsabilità condivisa nei loro confronti.

La Convenzione ONU sui diritti del fanciullo, sottoscritta anche dall’Italia, prevede che il benessere e gli interessi dei bambini e dei ragazzi sono da considerarsi sempre preminenti rispetto a quelli degli adulti.

Purtroppo, invece, nella crisi sociale attuale, spesso i bisogni degli adulti rendono invisibili quelli dei bambini ed il rischio è che i bisogni dei bambini siano ritenuti accessori e dunque superflui. C’è un ritorno ad una impostazione adultocentrica, incentrata sulla difesa ad oltranza dei legami di sangue, anche quando la famiglia non è affettivamente ed educativamente adeguata.

Assistiamo oggi ad un aumento esponenziale delle problematiche minorili, un aumento delle vulnerabilità, che si manifesta in diverse forme quali la violenza domestica, l’aumento delle separazioni e dei divorzi, la disgregazione familiare, l’aumento delle patologie degli adulti e delle condotte antisociali, la fragilità della relazione genitoriale. La tipologia dei minori in difficoltà è sempre più complessa e trasversale, oltre che più numerosa, e proveniente da diverse classi sociali. In passato spesso i minori in carico ai servizi appartenevano a nuclei familiari con problemi di povertà culturale e socio economica. Oggi invece la conflittualità familiare, il disagio relazionale e sanitario dei genitori (problemi di dipendenze e di salute mentale) e il background migratorio sono tra le problematiche emergenti e riguardano una pluralità di classi sociali. Le persone, le famiglie, le giovani generazioni sono lasciate spesso in solitudine davanti allo smarrimento di dover affrontare la propria vita.

In particolare, le separazioni conflittuali rappresentano una fattispecie in crescita e di particolare complessità, trasversale alle classi sociali, che meriterebbe un’attenzione specifica. La conflittualità tra i genitori assume infatti in molti casi una tale risonanza e preminenza rispetto ai bisogni dei figli da offuscare questi ultimi e creare situazioni particolarmente gravi come la strumentalizzazione mediatica del disagio dei figli per ottenere un vantaggio nel processo di separazione.

Alcuni ritengono che la difficoltà economica sia quasi sempre causa di fragilità familiare, quando invece gli studi scientifici e l’evidenza empirica attestano esattamente il contrario: un adulto con difficoltà psichiatriche e di dipendenza spesso fa fatica a gestire la sua genitorialità e quindi anche la sua vita lavorativa e sociale, peggiorando di conseguenza le proprie condizioni economiche.

Un adulto con scarse risorse economiche certamente fatica maggiormente a gestire il quotidiano e l’essere poveri acuisce e rende più visibili i problemi, ma un adulto povero non è automaticamente un genitore trascurante.

Non c’è insomma un nesso causale, un automatismo, tra povertà e difficoltà educativa.

Il sostegno puramente economico alle famiglie in difficoltà non rappresenta pertanto la soluzione, né garantisce un miglioramento delle capacità genitoriali, come dimostrato da numerose ricerche, anche italiane (Zancan, 2018). Risulta anzi dannoso se i problemi dei genitori riguardano le dipendenze o sono connessi alla salute mentale, perché espone il servizio sociale a continue richieste senza garanzie.

Una forma di sostegno alle famiglie in difficoltà è l’affido familiare, uno straordinario strumento di solidarietà a favore dei bambini e al contempo dei genitori. L’affido è una forma di “co-genitorialità” ed è il contrario della “proprietà”, perché significa assumersi la responsabilità genitoriale senza la certezza di essere genitori per sempre. L’affido non è una scorciatoia per l’adozione, non allontana, ma tiene vicino il nucleo familiare d’origine. L’affido è una famiglia in più per il bambino, non una in meno.

L’intervento di protezione del minore è tanto più efficace quanto più è precoce.

Il preoccupante aumento dei “figlicidi”, di cui troppo poco si parla, impone un maggior investimento educativo ed informativo sul tema. Sono infatti 447 i morti dal 2000 al 2017, un dato raccapricciante.

Dobbiamo operare una svolta culturale e sociale per non far sentire sola nessuna famiglia, ma farla affiancare da una comunità che la supporti nei momenti di difficoltà. La famiglia non è un mondo privato idealizzato, ma un legame sociale primario che oggi è esposto ad una grave crisi strutturale che rischia di danneggiare soprattutto i bambini. Per questo, deve attivarsi l’intera comunità, l’intero villaggio, per puntellare la famiglia e non abbandonarla alla solitudine. Bisogna pensare a reti di protezione per le famiglie.

 

Monica Canalis

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