
piemonte
ORAZIONE DI MONICA CANALIS
2.4.2023
CUMIANA
Quando il Sindaco Roberto Costelli mi ha invitata a tenere questa orazione per il ricordo dei nostri 51 martiri cumianesi, ho provato un sentimento di emozione misto a turbamento.
Emozione perché questi 51 uomini e ragazzi sono cresciuti negli stessi luoghi in cui siamo cresciuti noi, all’ombra di queste stesse montagne, in mezzo alle stesse strade, hanno frequentato la stessa chiesa e lo stesso municipio, hanno i nostri cognomi, sono parenti di molti di noi, sono cumianesi come noi. E noi sappiamo quanto è forte a Cumiana il senso di appartenenza al territorio e alla comunità, quanto è forte la solidarietà tra famiglie, tra vicini di casa e borgate! Non stiamo quindi ricordando persone sconosciute e lontane, ma persone care, vicine, conosciute una ad una, che sono parte della nostra intimità familiare e comunitaria. Per questo l’emozione è forte.
Ho reagito anche con turbamento a questo invito, perché le vittime dell’eccidio di Cumiana non erano dei militari o dei combattenti, ma dei civili, rimasti coinvolti in uno scontro tra le parti in lotta. Lasciamo agli storici il compito di analizzare i fatti e di attribuire le responsabilità, ma come esponenti delle istituzioni e come membri di questa comunità siamo chiamati a riflettere sui costi della guerra, di qualunque guerra, e sulle conseguenze dei conflitti armati a danno della popolazione civile. Anche le guerre giuste, anche le lotte di liberazione, lasciano vittime e ferite, che generano memorie non condivise e relazioni da ricucire.
Gianni Oliva sostiene che quella della “memoria condivisa” è una formula suggestiva ma vuota: (ritiene che) sarebbe sicuramente positivo se i popoli (o le comunità, i gruppi, gli stessi singoli individui) approdassero ad una comune lettura del passato che li coinvolge. La realtà (però) è diversa: le “memorie”, proprio in quanto tali, non sono uniche ma plurali, ogni popolo (e ogni persona) ha la propria, radicata in un sentire sofferto e, insieme, geloso. Si può però aspirare a memorie che si riconoscono l’una con l’altra e che si rispettano reciprocamente, “memorie” che sappiano guardare a ciò che è stato cogliendo torti e ragioni.”
Credo che sia proprio questo il primo impegno che possiamo prenderci di fronte ai nostri 51 fratelli, trucidati ingiustamente e barbaramente in questo luogo: fare memoria di quanto è accaduto, per rendere onore alle vittime e alle loro famiglie e per tenere unita la nostra comunità, nel rispetto delle diverse sensibilità e del dolore che è scaturito da questo luogo.
Il grande teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, martire della resistenza tedesca, ci ha lasciato pagine bellissime sul tema del dolore e della sofferenza. “E’ più facile soffrire in comunione”, scriveva Bonhoeffer. Allora noi possiamo prenderci un secondo impegno oltre a quello della memoria: essere in comunione con chi ha sofferto a causa di questo eccidio, incontrare l’altro attraverso il suo dolore, dimostrarci capaci di consolazione, di solidarietà e di rispetto. Il dolore è un sentimento che accomuna tutti gli uomini e che può rafforzare il nostro legame di fraternità, se siamo capaci di immedesimarci, di entrare nel cuore dell’altro e di ascoltarlo.
Il dolore causato dalla guerra è lo stesso qui a Cumiana, come in Ucraina, in Siria, nello Yemen, in Somalia, Etiopia o Afghanistan. I fatti di Cumiana ci possono aiutare a comprendere che la guerra, ogni guerra, porta inevitabilmente con sé violenza, morte e distruzione.
Noi cumianesi, che abbiamo incisa nella nostra storia la drammaticità della guerra, noi cumianesi, che conosciamo il dolore della guerra, possiamo essere credibili testimoni di una missione di pace.
Non una pace generica e irenica, ma una pace fondata sulla ricerca della verità e sul perseguimento della riconciliazione. Da Cumiana è partita la ricerca della verità, che ci ha condotti ad Erlangen, in Germania. Da Cumiana è partita anche una storia di riconciliazione. Il dolore poteva generare altro dolore, l’odio poteva generare altro odio. La morte ingiusta poteva esaurirsi nella vendetta. Invece la nostra comunità ha scelto il cammino della verità e della riconciliazione, che oggi può riverberarsi, nella solidarietà, anche su altri paesi che vivono il dramma della guerra e su altre popolazioni civili che sono vittime di conflitti armati come lo sono stati i nostri 51 martiri cumianesi.
La pace è un bene comune che si costruisce giorno per giorno, nelle coscienze dei singoli e nell’identità della comunità.
Lo scorso 4 novembre il Presidente Sergio Mattarella ci ricordava che. “La nostra storia è frutto anche del dolore della guerra. E ha valore proprio perché ne abbiamo saputo fare memoria. Quei sacrifici non sono stati vani. Perché nella consapevolezza di quanto sia terribile la guerra si è radicato nel cuore della nostra Europa il dovere ineludibile della pace. Ci siamo abituati alla pace. Diverse generazioni sono nate e cresciute in un Continente che sembrava aver cancellato non soltanto la parola guerra ma anche persino la sua memoria. Poi improvvisamente la guerra - la tragedia della guerra – è riapparsa nel nostro Continente. La pace continua a gridare la sua urgenza. Perché non vogliamo e non possiamo abituarci alla guerra.”
La memoria, la condivisione del dolore, la ricerca della verità, la riconciliazione, la solidarietà verso gli altri popoli in guerra, possono essere frutti buoni del cammino di riflessione che la nostra comunità ha fatto in questi decenni.
Il dolore non verrà cancellato, ma potrà trasformarsi in nuova vita.
Il dolore non farà appassire la nostra comunità nello spirito di vendetta, ma la rigenererà nell’apertura all’incontro con chi ha avuto responsabilità in questo eccidio e con le vittime delle altre guerre.
Allora Cumiana non sarà ricordata come teatro di guerra, ma come culla di pace.
Monica Canalis