La non autosufficienza è la nuova frontiera della sanità

7 Maggio 2025

La non autosufficienza è la nuova frontiera della sanità

Monica Canalis

7.5.2025

Il convegno del 5.5.2025 a Palazzo Lascaris sul tema della non autosufficienza (allego la locandina) è stato molto interessante, ma ha avuto un limite di fondo: era completamente assente il contributo dell’assessore e dell’assessorato alla sanità della Regione Piemonte.

La mia tesi è che senza l’impegno e l’investimento finanziario della sanità non si possa affrontare la sfida epocale della non autosufficienza.

A maggior ragione in una Regione con le peculiarità del Piemonte:

popolazione ultra 65enne numerosa (1.124.190 persone nel 2022)

popolazione non autosufficiente molto numerosa: 256.908 anziani ultra 65enni sono non autosufficienti, di cui soltanto 33.954 sono presi in carico nelle Rsa (ma non tutti con convenzione sanitaria!) e soltanto 58.806 ricevono ADI a domicilio (6 ore/anno…)

Sui 32.976 posti letto accreditati a dicembre 2024 nelle Rsa piemontesi, solo 14.000-15.000 sono in convenzione con il SSR per ricoveri definitivi, cioè con il 50% della retta finanziato dalla sanità regionale. E’ una risposta del tutto insufficiente, che nega il diritto a ricevere un sostegno.

la lista d’attesa ufficiale delle persone già dichiarate non autosufficienti che non avevano ancora ricevuto l’attivazione di un progetto residenziale o domiciliare era di 23.876 persone al 7.2.2025

aree interne rurali e montane molto estese (la montagna rappresenta il 50% del territorio piemontese)

frammentazione istituzionale (più di 500 dei 1.181 comuni piemontesi hanno meno di 1.000 abitanti) debolezza della sanità territoriale (soprattutto domiciliare) rispetto a quella ospedaliera

mancato aggiornamento del Piano socio sanitario regionale

non coincidenza, salvo alcune eccezioni, dei distretti sanitari con i distretti sociali

presenza di 6 Enti gestori delle funzioni socio assistenziali con popolazione inferiore a 40.000 abitanti scarsità di personale sanitario, socio sanitario ed educativo

debolezza dell’assessorato regionale alla sanità, storicamente disorganizzato e sguarnito di personale, a cui la creazione di Azienda zero non ha posto rimedio

Il mancato aggiornamento degli standards di cura. Le Dgr 45/2012 e Dgr 85/2013 prevedono standards ormai superati e non adeguati all’attuale tipologia di beneficiari, rappresentati quasi completamente da persone non autosufficienti

Difficoltà finanziarie regionali e disimpegno della sanità sul tema della non autosufficienza. Il Piemonte è in una posizione molto più complicata di altre regioni per l'atavico disavanzo sanitario e per l'assenza di liquidità sul lato sociale. Lo stato paga tardissimo (a distanza di anni) e la Regione non ha liquidità, se non in sanità. Ma a causa del suo deficit storico, la sanità cerca di tagliare proprio nella parte dell'integrazione socio sanitaria: anziani e persone con disabilità sono i più penalizzati.

La logica del bonus. La Giunta Cirio sta adottando i bonus una tantum su tante materie (non autosufficienza, maternità difficili, infanzia 0-6), ma i bonus non sono risposte strutturali

Nella classifica ministeriale LEA del 2023 il Piemonte era quinti, ma il Ministero non ha considerato tra i parametri di valutazione la spesa sanitaria per la non autosufficienza, che avrebbe fatto notevolmente arretrare il Piemonte nella classifica

In un paese sempre più anziano come l’Italia, in cui la Regione Piemonte è seconda forse solo alla Liguria per numero di anziani sul totale della popolazione, le politiche per gli anziani sono un settore strategico per garantire la sostenibilità della sanità e del welfare, essendo gli anziani i principali fruitori di questi servizi.

Tuttavia, oggi buona parte delle cure alle persone non autosufficienti è delegata ai pazienti e ai loro cari. La sanità dovrebbe essere vicina a queste solitudini, rendendo le politiche per la non autosufficienza un diritto di cittadinanza, che riguarda non solo gli anziani ma anche i disabili non autosufficienti.

L’insufficienza di interventi pubblici di sostegno alle persone non autosufficienti sta producendo effetti drammatici sulla popolazione italiana, e nello specifico piemontese: dall’impoverimento dei nuclei familiari che devono farsi carico dell’assistenza familiare a domicilio o dei posti letto nelle RSA, alle gravi problematiche che colpiscono le dinamiche familiari quando l'impegno di assistenza diventa insostenibile, con la rinuncia alla dimensione lavorativa per chi non può fare a meno di dare assistenza ma non può usufruire dei congedi retribuiti, fino ai gravissimi rischi di solitudine e abbandono per i malati che non dispongono di solide relazioni sociali e di reti familiari. La convinzione diffusa che l’assistenza alle persone non autosufficienti sia esclusivamente a carico dei nuclei famigliari, in ragione dell’assenza o debolezza dei servizi pubblici di supporto, costituisce un serio problema culturale, che alimenta nelle famiglie un lacerante senso di abbandono. Il rischio più grande è quello di un vero e proprio fenomeno di “eutanasia da abbandono”: pazienti cronici anziani che non ricevono più le cure necessarie.

Oggi esiste l’urgenza di aggiornare i modelli di cura, di evitare la cristallizzazione di procedure non più adeguate ai bisogni e di smettere di considerare il malato come un “cliente” o come un “oggetto di cure”, ma come una persona a cui va sempre riconosciuta dignità, anche quando non c’è speranza di guarigione. Si deve infatti curare con amore anche chi non è guaribile. Per questo le cure domiciliari, semi residenziali e residenziali rivolte alle persone non autosufficienti, croniche, psichiatriche e con malattie neurodegenerative rappresentano la nuova frontiera non solo del sociale, ma soprattutto della sanità italiana.

Se da un lato l'offerta di posti letto residenziali deve essere in una misura congrua alla richiesta e ai bisogni della popolazione, soprattutto per determinate patologie e per le situazioni abitative e familiari inadeguate, dall’altro è necessario prestare altrettanta attenzione alla garanzia di cure e assistenza presso il domicilio, considerando che le cure domiciliari garantiscono maggiore qualità di vita per gli utenti e per le loro famiglie, interventi più personalizzati, costi più bassi per la collettività, riduzione dei ricoveri ospedalieri inappropriati e degli intasamenti dei pronto soccorso. Queste cure sono più appropriate, meno costose e più rispettose dei legami affettivi e comunitari, che sono parte dell’identità della persona e concorrono al suo benessere non solo relazionale, ma anche sanitario.

Purtroppo il Piemonte sconta l’assenza di una rete di servizi che mettano in contatto l’ospedale, il territorio e le residenzialità in modo fluido. La famiglia non può essere un succedaneo del SSN, eppure oggi il carico di cura delle persone non autosufficienti è in gran parte sulle spalle delle famiglie piemontesi.

Sul totale di 256.908 persone non autosufficienti del Piemonte, solo 100.000 ricevono una qualche forma di aiuto (considerando anche le prestazioni domiciliari in lungo assistenza finanziate dal Fondo nazionale per la non autosufficienza e i 58.806 beneficiari di ADI, che però ricevono solo 6 ore annue medie di assistenza domiciliare…). Le altre sono completamente abbandonate alle cure domestiche e private delle famiglie.

  • una forma di privatizzazione particolarmente estrema, perché anche il privato sociale no profit del Terzo settore è poco coinvolto in questo tipo di situazioni domiciliari.

In questa situazione il Sistema Sanitario Nazionale, la più grande conquista degli anni '70, rischia di sfiorire o di essere a poco a poco sgretolato.

Gli errori della Giunta Cirio

Nel corso degli ultimi anni abbiamo più volte sottolineato le carenze della Giunta Cirio sul tema della non autosufficienza, con liste d’attesa lunghe, finanziate in modo insufficiente dalla sanità, con conseguenti ricadute sulle ospedalizzazioni inappropriate.

Occorre con urgenza una revisione organica e strutturale del modello di cure per la post acuzie e la cronicità, che coinvolga tutta la sanità territoriale, dalle RSA alla semi residenzialità alla domiciliarità agli ambulatori e case della comunità.

Invece la destra ha proposto misure ingannevoli e tampone: dalle dimissioni protette in RSA per soli 60 giorni, al bonus Scelta sociale con scadenza 2024 (prorogata al 2026 utilizzando i residui), ai ristori gonfiati per i consumi elettrici delle strutture, all’aumento nel 2022 della quota sociale delle tariffe residenziali di cui i Comuni non riescono a farsi carico, all’aumento insufficiente nel 2024 della quota sanitaria delle tariffe residenziali, non commisurata all’aumento contrattuale delle cooperative e all’inflazione e caro energia.

La prima Giunta Cirio ha dimenticato le Rsa durante la prima ondata della pandemia nel 2020.

Non ha ridotto le liste d’attesa per progetti domiciliari e residenziali per persone non autosufficienti, che anzi dal febbraio 2021 al febbraio 2025 sono passate da 19.145 a 23.876.

Ha incrementato la spesa sanitaria per la compartecipazione alle rette di ricovero in RSA (vedasi tabella allegata), passando da 268 milioni del 2018 ai 322 del 2024, che però è stata sufficiente solo a coprire l’aumento dei costi delle strutture e non ad aumentare le convenzioni sanitarie a beneficio delle famiglie.

Il bonus “Scelta Sociale” della Regione Piemonte, finanziato col Fondo Sociale Europeo, costituisce una misura tampone, un sollievo immediato per le persone non autosufficienti e per le loro famiglie, ma è una grave distorsione sul medio periodo, perché è temporanea, una tantum e raggiunge una platea ristretta. Non

  • una misura strutturale, esigibile ed universale. Infatti ha raggiunto solo 6.000 famiglie e con importi inferiori alla convenzione sanitaria in Rsa (solo 600 euro mensili per 24 mesi a famiglia).

Insomma, non ci pare la risposta corretta all’emergenza della non autosufficienza, di persone anziane o disabili. I fondi europei di carattere sociale dovrebbero essere aggiuntivi e non alternativi o sostitutivi dei fondi regionali, sia sanitari sia sociali.

Infine, la Giunta Cirio ha scientemente smontato il cosiddetto “modello Torino”, nato nel 2003 con gli assessori Lepri e D’Ambrosio, che prevedeva aiuti, anche con fondi sanitari, a domicilio per migliaia di persone non autosufficienti. I famosi “assegni di cura”.

Questa Giunta sta spostando la competenza delle Rsa verso l'ambito sociale, diminuendo la responsabilità in capo alla sanità.

Prima dobbiamo alzare la spesa sanitaria per le Rsa e la domiciliarità e poi valutare il ricorso al Fondo Sociale Europeo.

La DGR 38 del 27.5.2024 ha sancito l’aumento per il 2024 del 3,5% della sola quota sanitaria per i posti accreditati e convenzionati con il SSR delle strutture residenziali.

Un’apparente boccata d’ossigeno per i gestori delle strutture residenziali, messi a dura prova dalla fragilità del sistema sanitario e socio-sanitario piemontese (che affronta la difficoltà a reperire il necessario numero di operatori, la necessità di garantire una giusta remunerazione per questi operatori, anche a fronte del rinnovo del CCNL delle cooperative sociali, l’urgenza di una revisione dei modelli organizzativi pensati decenni orsono e non adeguati ai bisogni attuali …).

Gli oneri derivanti dalla Dgr hanno comportato un incremento di spesa di 19 milioni di euro per i soli servizi ospitati all’interno dei nuclei RSA, trovando copertura nel trasferimento dal Fondo Sanitario regionale indistinto alle ASL.

Gli aumenti della quota sanitaria sono stati applicati in tutte le 12 ASL piemontesi, ma con le seguenti criticità:

  • Diverse Asl, tra cui quella di Asti, nell’applicare l'aumento del 3,5 % sulla quota sanitaria, hanno contemporaneamente bloccato l'attivazione di nuove convenzioni per ricoveri definitivi,

 

  • I servizi semiresidenziali (come i centri diurni) non sono stati inclusi nell’aumento tariffario,

 

  • Nell’Asl To4 non è stato pagato il conguaglio riferito ai mesi aventi diritto all'aumento, che sono stati pagati, ma senza aumento,

 

  • In tutte le Asl l'aumento non è ancora applicato ai ricoveri temporanei ex DGR10 (dimissioni protette dagli ospedali) che riguardano un numero consistente di ospiti delle RSA

 

La giunta Cirio, quindi, ha dato con una mano e ha tolto con l’altra. Ha aumentato le tariffe, ma ha ridotto le convenzioni. Il solo aumento tariffario della quota sanitaria residenziali riconosciuto dalla Regione nel 2024 non è stato sufficiente a garantire la sostenibilità del sistema.

Gli interventi necessari

  • necessario evitare il collasso degli ospedali e potenziare la medicina di territorio, a monte degli ospedali (per non arrivare al ricovero ospedaliero se non nei casi gravi) e anche a valle (per riuscire a dimettere i pazienti dall’ospedale dopo la fase di acuzie).

 La riforma delle RSA. Le Residenze Sanitarie Assistite sono concessionarie di pubblico servizio ed erogano livelli essenziali di assistenza a titolarità sanitaria. Occorre favorire una maggiore integrazione sociosanitaria, dimensioni più contenute delle strutture, tariffazioni più eque, minore isolamento rispetto al territorio oltre a una maggiore presenza di personale sanitario. Inoltre è necessario aumentare e rendere obbligatoria la spesa sanitaria annuale regionale per convenzioni residenziali in RSA, innalzare la quota sanitaria delle rette in RSA, rivedere i criteri sociali di accesso ai posti letto in convenzione in RSA;

 Il nodo dei Medici di Medicina Generale. Occorre: aumentare il numero di Medici di Medicina Generale, prevedere una loro maggiore presenza nelle future Case della Comunità, migliorare il loro coordinamento con i SISP delle ASL, potenziare il rapporto ospedale e territorio, attraverso una maggiore strategia integrativa di collaborazione tra Medici di Medicina Generale, 118, specialisti territoriali ed ospedalieri.

 La centralità della domiciliarità. Aumentare i servizi domiciliari, che sono quelli su cui incide maggiormente la lista d’attesa (14.529 persone non autosufficienti in lista d’attesa per un progetto domiciliare a febbraio 2025). 58.806 ricevono ADI a domicilio (6 ore/anno…). Al 31/12/2020 in Piemonte le persone non autosufficienti (gravi e gravissime) beneficiarie di prestazioni sociali domiciliari in lungo assistenza, finanziate dal Fondo Nazionale per la non autosufficienza, erano 21.548. Il Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza è un fondo sociale erogato sulla base dell’ISEE. Occorre promuovere a livello nazionale un potenziamento delle cure domiciliari per lasciare alle famiglie la libera scelta tra residenzialità e domiciliarità, finanziando con fondi sanitari anche le prestazioni domiciliari di assistenza tutelare professionale della persona (esempio cura ed igiene della persona), e non solo quelle residenziali.

 La telemedicina. Una risposta necessaria soprattutto nei territori più periferici ed isolati. Occorre rafforzare la telemedicina, la diagnostica domiciliare e gli infermieri di comunità. Organizzare il territorio con infermiere e professionista sanitario “di quartiere” o di valle (fisioterapista, dietista,

tecnico di radiologia con strumenti trasportabili, ecc), con il medico di medicina generale come case manager.

I consultori familiari. In Piemonte sono molto deboli nell’assistere le donne in menopausa e nella prevenzione oncologica.

Il numero delle convenzioni sanitarie in Rsa. Occorre aumentare complessivamente il numero delle convenzioni, per soccorrere le numerose famiglie in lista d’attesa (23.876 persone, già dichiarate non autosufficienti, erano in lista d’attesa al 7.2.2025 per un progetto residenziale o domiciliare), provate dal peso degli oneri di cura e dal peso finanziario delle rette. La nuova Dgr sull’aumento tariffario sanitario residenziale la DGR di maggio 2024 è stata applicata, ma a discapito dell'utenza, visto che sono stati ridotti gli inserimenti in regime di convenzione.

Il budget sanitario per la non autosufficienza. Occorre aumentare ulteriormente il budget sanitario destinato ai servizi, non solo residenziali, per aggiornare gli standards di cura rimasti fermi a 11 anni fa, adeguarsi all’inflazione e al rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro per le cooperative sociali, garantendo stipendi adeguati ai lavoratori del settore educativo e della cura. Se ci si limita ad aumentare le tariffe e non aumenta il plafond totale a disposizione nelle Asl per gli inserimenti in convenzione, il tema della sostenibilità delle strutture residenziali e semiresidenziali permane!

Le informazioni alle famiglie. Occorre dare maggiori informazioni alle famiglie sulle procedure da seguire per veder rispettati i propri diritti

ommissioni UVG delle ASL. Occorre velocizzare le visite UVG delle ASL: ci sono tantissime persone non autosufficienti che non sono conteggiate nella lista d’attesa, perché non hanno ancora ricevuto la certificazione di non autosufficienza

I servizi semi residenziali. Occorre estendere gli aumenti della quota sanitaria ai servizi semi residenziali, esclusi dalla Dgr 38/2024.

I vincoli alle Asl. Occorre dare alle ASL indicazioni vincolanti sulla spesa annuale per la non autosufficienza. Senza queste indicazioni, il fondo sanitario indistinto viene destinato dalle ASL a finalità differenti.

Costituire i tavoli di lavoro, previsti dalla Dgr 38/2024, che individuino per gli anni 2025 e 2026 tariffe adeguate a garantire la sostenibilità del settore, anche alla luce dei rinnovi contrattuali ed all’aumento dei costi generali, cercando di raggiungere il 10% di aumento complessivo. Questo non è stato fatto!

I lavoratori della cura. Occorre attivare procedure per aumentare il personale sanitario dedicato alla non autosufficienza, oggi troppo ridotto

Ospedale e medicina territoriale vanno integrati, sanità e sociale devono viaggiare insieme, cure residenziali (e semi residenziali) e domiciliari sono due facce della stessa medaglia.

Se mancano le cure a domicilio, aumentano i ricoveri in ospedale, questo è un assioma che dovremo avere bene in mente.

Puntiamo su una riforma complessiva del modello di cura per le persone croniche non autosufficienti, per individuare, insieme alle famiglie, formule nuove e più flessibili di cura ed assistenza, senza arretramenti della sanità e con una migliore integrazione socio sanitaria.

Apriamo ad un finanziamento sanitario anche delle cure domiciliari e non solo di quelle residenziali, per una vera libertà di scelta delle famiglie tra ricovero residenziale e assistenza domiciliare. Sei ore annuali di ADI (Assistenza Domiciliare Integrata) sono ben poca cosa: la sanità deve prendere globalmente in carico la persona non autosufficiente nel suo domicilio, così come fa già nelle strutture residenziali.

Occorre garantire alle famiglie una vera libertà di scelta tra residenzialità e domiciliarità, dando fondi sanitari alla domiciliarità, e occorre garantire una vera rete di servizi che mettano in contatto l’ospedale, il territorio (semi residenzialità e domiciliarità) e la residenzialità in modo fluido.

In una regione anziana come il Piemonte, la cura della non autosufficienza è davvero la nuova frontiera della sanità.

 

Monica Canalis

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