DONNE E GLOBALIZZAZIONE - Relazione di Monica Canalis per la celebrazione della Giornata Internazionale della Donna Torino, Centro Italiano Femminile - CIF

25 Marzo 2017

DONNE E GLOBALIZZAZIONE

25/3/2017

Relazione di Monica Canalis per la celebrazione della Giornata Internazionale della Donna

Torino, Centro Italiano Femminile - CIF

UNA GALLERIA DI RITRATTI

Vorrei iniziare il nostro dialogo dal ritratto di una donna: Jo Cox. Jo Cox è un’inglese nata nel 1974, che dopo una variegata esperienza politica nel 2015 è stata eletta al Parlamento britannico nelle fila del Partito Laburista. È nota perché durante il suo primo discorso alla Camera dei comuni il 3 giugno 2015 ha ricordato la diversità etnica presente nella sua circoscrizione elettorale, evidenziando le sfide economiche per la comunità e sollecitando il governo a ripensare il suo approccio alla rigenerazione economica, senza vedere nella diversità un ostacolo. Successivamente si è impegnata su molti dossiers tra cui la guerra in Siria, i diritti umani, il ruolo delle donne… Nella campagna del referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'Unione europea ha preso parte al comitato della "permanenza". Il 16 giugno 2016, mentre stava per iniziare un incontro elettorale, è stata uccisa da un nazionalista, affiliato al movimento neonazista. Jo Cox si era dichiarata apertamente contro l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea. Jo cox era sposata e aveva due bambini piccoli. Dopo la sua morte, il marito ha invitato la gente a "lottare contro l'odio che l'ha uccisa". Jo Cox avrebbe potuto dare ancora molto alla politica britannica ed europea, ma la follia di un uomo accecato dall’odio e dall’ideologia l’ha fermata. Questa donna è un simbolo delle tante vittime dell’odio e dell’intolleranza, della violenza e della sopraffazione. Il folle che l’ha uccisa voleva colpire i suoi ideali di apertura, di cooperazione europea ed internazionale, di pace.

Il secondo ritratto che vorrei proporvi è quello di Salome Karwah, nominata nel 2014 “Persona dell’anno” dalla rivista Time per il suo straordinario lavoro contro l’epidemia di Ebola. Salome era un’infermiera liberiana, sposata e madre di quattro figli, diventata un simbolo della lotta all’Ebola per il suo coraggioso lavoro a fianco dei malati. A inizio marzo Salome è morta dopo aver dato alla luce il suo quarto bambino. Il marito ha denunciato che non sia stata soccorsa adeguatamente dai sanitari per paura che fosse ancora infetta.

Il terzo ritratto è quello di Madre Teresa di Calcutta, una minuscola donna kosovara che di fronte a quella “globalizzazione dell’indifferenza” di cui parla papa Francesco, ha creato dal niente una “multinazionale della carità” presente e conosciuta in tutto il mondo. Ha saputo tracciare una strada nuova, vedere anche nei derelitti moribondi il volto di un uomo e oltre il volto dell’uomo il volto di Gesù. Madre Teresa era capace di alzare la sua voce nell’assemblea delle Nazioni Unite per denunciare che finchè le donne e gli uomini avessero accettato l’aborto non si sarebbe potuto veramente parlare di pace per l’umanità, perché anche l’aborto è una forma di violenza. Questa minuscola donna sapeva dire cose scomode e molto poco politically correct in consessi internazionali, con la credibilità e l’autorevolezza che le derivavano dalla sua storia di sacrificio personale, di totale abnegazione, di perseverante lavoro per gli ultimi della Terra. Quando è morta nel 1997 tutto il mondo sembrava in lutto.

Il quarto ritratto è quello di Annalena Tonelli, nata a Forlì nel 1943 e morta a Borama, in Somalia, il 5 ottobre 2003. Annalena è stata una missionaria italiana cattolica. Fu insignita dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati del prestigioso premio Nansen per l'assistenza ai profughi Spese trentatré anni della sua vita come volontaria in Africa prima di venir uccisa da un commando islamico nel centro assistenziale che dirigeva in Somalia. Annalena ha vissuto in silenzio la radicalità evangelica per 35 anni in terra musulmana. Per molto tempo è stata l’unica cristiana nell’arco di molte decine di kilometri. Addirittura negli ultimi anni non poteva neppure tenere una Bibbia per il timore che venisse scoperta dai fondamentalisti. Quando le si chiedeva come potesse resistere in questa solitudine, anche spirituale, rispondeva: “Mi sento fortemente abitata”. Questa donna è sicuramente una martire dei nostri giorni.

Il quinto ritratto è quello di Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, che con la sua umanità e con l’esercizio di un compito che va ben al di là dei confini della sua isola, ha saputo incarnare un messaggio di accoglienza e pietà. Proprio in un’intervista di questi giorni, Nicolini ha ribadito che Lampedusa non è un simbolo del fallimento Ue, ma anzi un modello d’umanità da seguire, per la capacità dei suoi abitanti di aprire la loro terra e di soccorrere i poveracci che cercano di raggiungere l’Europa.

Il sesto ed ultimo ritratto è quello di una donna probabilmente molto cara a tutte noi che siamo impegnate nel sociale e in politica. Mi riferisco a Tina Anselmi, nata nel 1927, morta il primo novembre 2016, prima donna ad aver ricoperto la carica di ministro della Repubblica Italiana. Pioniera di ruoli di alta responsabilità, Tina non si è fatta spaventare da incarichi difficili come la commissione sulla P2. Era una donna tosta e tutta d'un pezzo, che è riuscita a farsi strada nella vita pubblica senza perdere il garbo e la grazia femminili. Una madre della patria. E, consentitemi di dirlo con un pizzico di orgoglio, una donna che ha fatto politiche per le donne senza essere una “classica” femminista. Ha fatto molto per le donne senza assumere uno stile rivendicatorio e aggressivo. E lo ha fatto in anni in cui in ambito ecclesiale erano ancora molto poche le donne impegnate in politica. Insomma, una vera apripista.

Perché ho voluto proporvi l’affresco di questi volti e di queste testimonianze di vita vera?

Perché sono profondamente convinta che per favorire il protagonismo delle donne, per valorizzare il loro ruolo nella società, per promuovere la visione femminile del mondo, sia molto utile ispirarci a degli esempi concreti. Per aiutare le donne a dare un contributo attivo, dentro e fuori le mura di casa, dobbiamo costruire dei modelli di testimonianza e riconoscere quelli che sono già emersi. Se si formano dei modelli, le bambine, le ragazze e le donne adulte del nostro tempo potranno avere qualcuna in cui identificarsi, un solco in cui inserirsi, un esempio da imitare, e non dovranno ricominciare tutto daccapo.

Le grandi donne nella storia dell’umanità ci sono, dobbiamo solo cercarle e saperle vedere, valorizzarle e saperle raccontare, perché si crei una narrazione del genio e della peculiarità femminili, e dalla narrazione nasca l’emulazione.

Per poter capire qual è il ruolo delle donne nel mondo di oggi vorrei innanzitutto fare il punto sulla condizione femminile nel mondo.

Successivamente vorrei soffermarmi sul tema della globalizzazione.

E infine vorrei provare a tracciare il ruolo della donna nella globalizzazione.

LA CONDIZIONE FEMMINILE NEL MONDO

Credo che i punti cardine su cui dobbiamo focalizzarci per capire a che punto siamo nella promozione della condizione femminile siano l’alfabetizzazione, il ruolo nella vita familiare e il ruolo nella vita sociale.

Purtroppo i dati delle Nazioni Unite ci dicono che ben due terzi degli analfabeti nel mondo sono donne. Nonostante i grandi sforzi di questi ultimi decenni abbiano fatto scendere il numero totale degli analfabeti, all’interno di questo numero il divario tra uomini e donne continua ad essere grandissimo. Mi viene in mente il fulgido esempio della pakistana Malala Yousafzai, conosciuta per il suo motto “un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”. Lei il suo pezzo di mondo l’ha certamente cambiato, mettendo addirittura a rischio la propria vita e arrivando a vincere il Nobel per la Pace, ma la strada da fare è ancora lunga, se così tante bambine sono escluse dall’accesso agli studi.

Per quanto riguarda i dati sul ruolo della donna nella vita familiare, non possiamo dimenticare le pratiche dell’infibulazione e delle altre mutilazioni genitali, quella delle spose bambine, l’aborto selettivo, la violenza domestica, la sottomissione delle donne ai loro mariti in tante società del mondo. Yemen, Arabia Saudita, Pakistan, Afghanistan, Cina, India… sono certamente fanalini di coda, ma anche in molte parti della civile Europa la donna viene ancora valorizzata solo per la sua capacità di procreare e interpretata esclusivamente come “angelo del focolare”.

Non si spiegherebbero altrimenti i dati allarmanti sui tassi di occupazione femminile, soprattutto in paesi come l’Italia, dove a lavorare è solo il 46% della popolazione attiva. E c’è un gender gap anche per quanto concerne l’occupazione di posti di potere e la parità retributiva. E’ difficile dire se le quote rosa siano la soluzione di questo divario. Mi pare che sul lungo periodo possano rappresentare una sottovalutazione o un non riconoscimento delle prerogative femminili, che necessiterebbero di un aiuto per potersi affermare, ma nel breve periodo, in società ancora parzialmente patriarcali e maschiliste come la nostra, potrebbero essere un buon mezzo per ridurre la distanza dagli uomini. Sono comunque un semplice mezzo e non un fine per cui spendersi e lottare. E in ogni caso la comparazione con la presenza maschile non deve essere elemento di competizione tra i generi, ma di integrazione e reciproca e feconda compenetrazione.

Grazie alla recente legge sulle quote nei consigli di amministrazione, che impone di avere almeno il 20% di donne nei consigli di amministrazione delle società pubbliche e private, i dati sono migliorati moltissimo e ad oggi le donne sono il 27%. Il soffitto di cristallo si può dire che sia stato scalfito. Negli ultimi anni le donne italiane se la cavano meglio anche in politica: nell'attuale Parlamento sono il 31% del totale.

Vorrei infine additare alcuni fenomeni, vecchi e nuovi, che minano in modo evidente o sotterraneo la dignità della donna. Innanzitutto la pratica dell’utero in affitto, che risponde al desiderio di coppie non in grado di procreare di avere un figlio. Lo voglio dire forte: questo desiderio è connaturato in ogni essere umano, è naturale e comprensibile, ma è appunto un desiderio e non automaticamente un diritto. Voler qualcosa non ne implica la liceità. Colpisce come anche le femministe non cattoliche oggi siano schierate contro l’utero in affitto. Non c’è infatti bisogno di un’ispirazione spirituale per capire che sottrarre il bambino ad una donna che lo ha portato in grembo per nove mesi, pagare questa gravidanza come se fosse una prestazione di servizi, recidere il legame tra il bambino e colei che lo ha fatto crescere per nove mesi, è una forma bella e buona di violenza. E chi dice il contrario, da Vendola in poi, è un mistificatore.

Il secondo pericolo è quello che rischia di colpire la legge italiana sulla segretezza del parto, che prevede, che una volta dato in adozione il bambino da parte della madre che non ha voluto riconoscerlo, il bambino non potrà risalire all’identità materna, per almeno 100 anni. Questa tutela nei confronti della donna è un grande disincentivo all’aborto. La madre, che non si sente pronta a tenere con sé il bambino dopo la nascita, con un atto di grande generosità porta a termine la gravidanza e affida il nato a una famiglia adottiva, garantendogli la vita e una famiglia. Oggi il testo sulla segretezza del parto è all’esame in Parlamento e stiamo vigilando affinchè continui ad essere un argine all’aborto e una garanzia di segretezza per la donna.

Infine, una parola sull’aborto. La legge 194 credo che abbia dimostrato negli anni il suo equilibrio, attestato dalla progressiva riduzione del numero degli aborti. Credo però che la battaglia oggi non sia legislativa, ma culturale. Nel 2017, dopo aver sentito da tante donne il racconto drammatico del dolore che l’aborto porta con sé, con strascichi che durano anni e anni, non credo che siano più attuali frasi come “il corpo è mio e me lo gestisco io”, oppure “il feto non è una persona”. Se non lo fosse, non ci sarebbe questo fil rouge di rimpianto che accomuna le donne che hanno abortito. Credo che nel 2017 sia attuale e moderno dire che l’aborto è comunque una scelta tragica, sia per il bambino sia per la sua mamma, che non va condannata, ma accompagnata perché possa avere tutte le chances per non arrivare a fare questa esperienza dolorosa.

LA GLOBALIZZAZIONE

Da circa 20-30 anni ha preso piede una nuova ondata di globalizzazione. Dico “nuova” perché nel corso della storia ci sono state varie epoche caratterizzate da questo fenomeno. Si pensi allo sviluppo degli scambi commerciali prima dello scoppio della prima guerra mondiale o alla creazione di forti interdipendenze intercontinentali nel periodo imperialista ecc. Insomma, non è un fenomeno di questo millennio. È indiscutibile poi che la liberalizzazione dei commerci sia un fattore di pace. Storicamente tanto più sono forti i legami commerciali tanto meno è probabile uno scontro bellico. Tuttavia, negli ultimi anni, con la nascita del WTO (world trade organization), l’abbattimento indiscriminato delle barriere doganali, l’appesantimento di ingerenze esterne nella gestione delle finanze degli stati più deboli (faccio riferimento al fondo monetario internazionale), l’incremento dell’indebitamento dei paesi poveri, l’aggiramento delle clausole sociali, si è affermata una vera e propria “retorica del libero scambio” che ha messo il liberismo di fronte a tutto, anche al rispetto di diritti umani basilari, come il numero di ore di lavoro e la tutela dell’ambiente. Si è creato quindi uno sbilanciamento: se milioni di persone nel mondo negli ultimi decenni sono uscite dalla povertà assoluta grazie allo spostamento della produzione nei loro paesi e all’ingresso nel sistema degli scambi mondiali, alcuni dei paesi storicamente più avanzati hanno fatto un passo indietro.

In questo periodo sta circolando un bel grafico, il grafico “ad elefante” di Branko Milanovic su vincenti e perdenti della globalizzazione che mette sull’asse delle X la popolazione mondiale in ordine crescente di reddito e sull’asse verticale misura il progresso o declino di reddito.

 

Come dice il bravo economista Leonardo Becchetti:

“Il grafico individua quattro gruppi principali. Il primo gruppo (la parte finale della coda dell’elefante) è quello degli esclusi e dei più poveri che non riescono a partecipare dei benefici del mercato, il secondo (il dorso dell’elefante) è quello delle classi medie emergenti dei paesi poveri ed emergenti che traggono beneficio dalla crescita di questi paesi e dalle opportunità della globalizzazione che rilocalizza il lavoro nei loro paesi facendo concorrenza a salari più bassi ai lavoratori non specializzati o poco specializzati dei paesi ricchi che rappresentano il terzo gruppo (la parte bassa della proboscide) e la vecchia classe media (la middle class) che progressivamente s’impoverisce. Il quarto gruppo (la parte finale della proboscide rivolta verso l’alto) è quello del top 1 percento, dell’elite (global elite) dei proprietari del capitale e di coloro che occupano posizioni importanti nel settore finanziario che traggono vantaggi dalla globalizzazione. Il problema politico sta tutto nel fatto che il terzo gruppo in questa grande trasformazione ha la peggio. Vede il top un percento crescere nel proprio benessere, si sente insidiato dai ceti emergenti dei paesi poveri e si vede invaso dal primo gruppo dei disperati che cercano fortuna (offrendo anche loro lavoro a basso costo) migrando nei paesi ricchi. Il problema democratico nei paesi occidentali è che il terzo gruppo rappresenta la maggioranza dei votanti. I movimenti populisti promettono il riscatto per questo gruppo promettendo la chiusura delle frontiere (e quindi la protezione dalla concorrenza con il primo e il secondo gruppo). Il paradosso è che questa sgangherata promessa viene da un esponente del quarto gruppo (Donald Trump), ovvero del top un percento che maggiormente ha beneficiato della globalizzazione. Il plurimiliardario si mette alla testa del ceto medio-basso impoverito della superpotenza mondiale. La vittoria di Trump (e prima l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea) sancisce il fallimento dell’ideale delle elites cosmopolite che non hanno saputo capire la delicatezza di questa fase di transizione della globalizzazione e interpretare e dare una risposta ai problemi dell’impoverimento della classe media. La domanda è cosa sarà adesso della globalizzazione. Riusciranno i populisti al potere a redistribuire in modo più equo costi e benefici della stessa eliminando le curve del grafico ad elefante ?”.

Il tema è quindi molto legato alla pancia dell’elettore. Meno benessere fa il paio con più rabbia ed invidia sociale. Che sfociano in nuove rivendicazioni e chiusure verso l’esterno.

In Italia a tutto ciò si aggiunge un fenomeno, questo sì, davvero nuovo, che è quello dell’anomala ondata migratoria proveniente dal Mediterraneo. Dopo le cosiddette “primavere arabe” e il collasso di paesi come la Libia, la Siria, la Somalia e lo Yemen, centinaia di migliaia di persone si stanno riversando sul nostro territorio in modo incontrollato e improvviso. E’ come se fosse saltato un tappo: guerra, carestia e povertà endemiche stanno spingendo i disperati del sud del mondo in cerca di condizioni più decenti, anche mettendo a rischio la propria vita durante il viaggio. Mancano seri progetti di pacificazione di questi paesi, di cooperazione allo sviluppo, di razionamento migratorio. Se non si interviene alla fonte, questi flussi continueranno, andando a solleticare sempre più le inquietudini popolari dei nostri ceti impoveriti.

C’è quindi una saldatura tra il malessere sociale dovuto all’impoverimento da globalizzazione e la mal sopportazione di questi migranti. Oltre alla paura per gli attacchi terroristici sempre più frequenti in Europa.

Il cittadino si sente in balia di eventi più grandi di lui, su cui non ha alcun controllo, e si rifugia in proposte politiche che promettono il ritorno ad un passato di sicurezza, protezionismo, nazionalismo, conservazione dell’omogeneità etnica.

Concretamente, è difficile che fenomeni di tale portata possano essere drasticamente bloccati, ma politici fuori dagli schemi come Donald Trump ci stanno provando seriamente (vedasi il blocco dell’immigrazione dai paesi islamici). Tra qualche anno potremo valutare se queste ricette garantiranno davvero maggiore benessere – e felicità – alle società occidentali.

Dietro l’angolo ci sono le elezioni in Francia, e Marine Le Pen propone chiusura delle frontiere, uscita dall’Unione Europea e dalla NATO, stretta protezionistica. Sarà un bel banco di prova per tutta l’Europa e un segnale per l’Italia, anch’essa prossima alle elezioni.

Quello che mi sento di dire è che, se da un lato sbaglia chi ignora, sottovaluta o addirittura disprezza le inquietudini popolari e le paure più spontanee di chi si sente “invaso” dagli immigrati o defraudato del suo benessere, sbaglia anche chi vuol cancellare di colpo la globalizzazione e ritornare al vecchio protezionismo. Grazie alla globalizzazione, lo abbiamo visto nel grafico di Milanovic, milioni di persone, soprattutto in Cina, sono uscite dalla povertà e questa è una conquista per tutta l’umanità. Bisognerebbe applicare dei correttivi e delle limitazioni prima di buttare il bambino con l’acqua sporca. Fare le famose “riforme”, che però richiedono tempo e pazienza. Quel tempo che non abbiamo in questa tempesta perfetta di impoverimento+immigrazione+terrorismo. I nostri cittadini vorrebbero risposte immediate, un sollievo istantaneo, e invece le politiche richiedono processi più lunghi.

L’unica strada è offrire il nostro impegno autentico, proporci con sincerità senza dissimulare la realtà o guardare con snobismo alle paure della gente. Investire sui legami di comunità, sul senso di appartenenza ai corpi sociali, a partire dalla famiglia e dall’associazionismo. Solo così le persone potranno sentirsi meno sole e in balia di eventi più grandi di loro.

Anche se non va più di moda, non possiamo per opportunismo rinnegare il “cosmopolitismo cristiano”. Come diceva Helder Camara, siamo “un’unica famiglia umana” e non possiamo separare le sorti dei vari popoli della Terra.

Dobbiamo però maturare atteggiamenti meno elitari, impastarci con il popolo, essere popolo, per attutire gli umori xenofobi e autoreferenziali.

E’ innegabile d’altro canto che nel mondo attuale c’è una tendenza oligarchica sempre più evidente, alimentata dal ruolo crescente dei tecnocrati. Il libero scambio assoluto, determinando all’interno dei Paesi crescenti squilibri sociali, favorisce l’instaurarsi delle oligarchie tecnocratiche. Il neoprotezionismo sulla base delle grandi regioni, consentendo maggiori tutele dei lavoratori e una più equa ripartizione del reddito nazionale, potrebbe favorire un maggior equilibrio sociale, ma il problema è che a proporlo sono forze anti democratiche o come si dice adesso “democrazie illiberali” (Russia, Turchia, Ungheria, Polonia ecc.).

Questa crisi è anche politica. La mancata correzione della globalizzazione vede certamente una responsabilità dell’Europa che ha tradito il progetto originario di associare i popoli europei, costruendo un’identità comune, che andasse ben oltre l’Euro, l’Erasmus, i Fondi Strutturali, la PAC e i controlli di bilancio. Non è un caso che la percezione del cittadino medio verso l’Europa sia molto fredda e sentimentalmente arida. Non c’è stato negli ultimi 10 anni il tanto richiesto potenziamento dei processi democratici, per sanare il “deficit democratico europeo”, ed oggi ne paghiamo le conseguenze. I partiti nazionalisti, sovranisti ed euro-scettici fanno il pieno di voti, anche con messaggi esplicitamente xenofobi.

L’Europa dovrebbe fare memoria della propria storia: proprio 100 anni fa i nazionalismi ci portarono ai regimi autoritari e al primo conflitto mondiale.

Per evitare di ripetere gli stessi errori, la risposta non può che essere politica, di una politica forte, capace di chiedere anche dei sacrifici ai cittadini, ma solo in nome della propria credibilità e coerenza.

Una credibilità che susciti un sentimento di appartenenza e mobilitazione nei cittadini. Che spinga a difendere la democrazia e la cooperazione inter statale con la stessa passione ed energia vitale con cui i populisti alzano i muri.

IL RUOLO DELLA DONNA NELLA GLOBALIZZAZIONE

Oggi ci sono tante donne in posizioni chiave nel mondo. Pensiamo ad Angela Merkel, Theresa May, Janet Yellen, Christine Lagarde, Federica Mogherini, Michelle Bachelet, Aung San Suu Kyi… queste donne possono certamente imprimere un tocco femminile nelle grandi politiche internazionali, ma la rivoluzione la possiamo fare anche tutte noi.

Mi ha sempre colpito il ruolo delle donne nei paesi che hanno vissuto un genocidio o gravi forme di discriminazione. In Rwanda, Liberia, Sierra Leone, Sudafrica, le donne sono state protagoniste dei processi di pace e delle commissioni di verità e riconciliazione. Pensiamo al lavoro fatto dalla presidente della Liberia Ellen Jonhson Sirleaf, la prima donna eletta come capo di stato in Africa. Le donne sono le prime vittime dei massacri di massa, ma sono anche quelle che per prime ricominciano a guardare al futuro per il bene dei propri figli.

Lo spirito femminile è fatto di accoglienza, maternità, intuizione, capacità di immedesimazione, contenimento del conflitto. In questo mondo divorato dalla paura e dall’odio non c’è forse bisogno di più accoglienza, maternità, intuizione, capacità di immedesimazione, contenimento del conflitto? C’è bisogno delle donne. Non perché un uomo non possa avere uno spirito materno ed accogliente, ma perché le donne rappresentano la novità (tranne quando si camuffano da uomini e rinunciano alle proprie caratteristiche per rincorrere un posto di potere).

Di fronte alla globalizzazione e a tutte le sue distorsioni, noi donne non dobbiamo essere passive o indifferenti. L’impegno educativo e di cura della persona che ci contraddistingue non implica automaticamente un disinteresse per le dinamiche sociali più ampie. Come è scritto nel Vangelo “Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti». Quindi la nostra testimonianza parte dal nostro impegno quotidiano, piccolo o grande che sia, parte dalla nostra casa, parte dalla nostra famiglia, parte dal metro quadro che ci è stato affidato.

Ma quello che non dobbiamo perdere è la consapevolezza che questo metro quadro non è isolato, ma è un pezzo di quel vasto e travagliato mondo che abbiamo descritto.

Se bonificheremo il nostro metro quadro, l’odio avrà un metro quadro in meno.

Dobbiamo poi lottare con tutte le nostre forze perché si rafforzi la solidarietà tra le donne. La nostra esigenza di bellezza e perfezione, la nostra capacità di intuire ciò che è vero, a volte esacerba il giudizio e ci rende reciprocamente troppo severe. Arriviamo a tali livelli di competizione che chiediamo alle donne livelli di preparazione e performance che non chiediamo agli uomini. Ecco, questo è sbagliato. Dobbiamo fare un’alleanza tra noi, credere di più in noi stesse e sentirci sorelle. Il potere presenta molte insidie. Le donne al potere spesso si mascolinizzano e mutuano il peggio dagli uomini. Donne meno sole e più sostenute dalle altre donne possono conservare di più lo spirito materno e di accoglienza.

LA GIORNATA DEL 25 MARZO

Vorrei infine fare una breve riflessione sulla giornata particolare in cui si svolge il nostro incontro. Come mi ricordava Luciana, oggi sono raggruppate tre ricorrenze: la giornata internazionale della donna, il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma che istituirono la Comunità Economica Europea e, last but not least, l’Annunciazione.

Oggi ricordiamo il primo SI’, l’apertura di una giovane donna al disegno ignoto del suo Dio. La disponibilità. La docilità ad accogliere la vita. La forza di accettare il dolore.

Non è forse questo il primo modello per noi donne cristiane?

Oggi cade anche l’anniversario dei Trattati di Roma. Si potrebbero dire molte cose sulla crisi dell’Europa, sui fallimenti di questi anni, sul tradimento del sogno dei padri fondatori. Io resto convinta che oggi serva più Europa e non meno Europa. Più politica (quella buona) e meno tecnocrazia. Più spirito e meno legge.

Di fronte alle crescenti incertezze sul piano internazionale, a una Gran Bretagna scossa dall’attentato di Westminster e pronta ad avviare la Brexit, e alle conseguenze della crisi economica, l’entusiasmo che oltre mezzo secolo fa aveva accompagnato l’idea di un’Europa finalmente pacificata sembra oggi cedere il passo a un euroscetticismo sempre più diffuso e al pericoloso ritorno dei nazionalismi. Il rilancio del progetto europeo nella direzione di una maggiore capacità di fornire risposte ai cittadini appare ormai improrogabile. Servono politiche finanziarie orientate allo sviluppo, serve più uguaglianza nella distribuzione del reddito. L'Europa "a più velocità" non è un fallimento, ma anzi può essere l’inizio di un rilancio.

L’Europa ci ha dato molto: 60 anni di pace, la libera circolazione delle persone, una moneta forte, norme sulla sicurezza alimentare, politiche energetiche ed ambientali ecce cc

Senza contare che a dispetto delle leggende metropolitane tutte le istituzioni dell’Unione europea, che conta circa 500 milioni di abitanti, impiegano complessivamente 55mila persone. Per la sola città di Roma lavorano 62mila persone. Per la città di Birmingham (un milione di abitanti) lavorano 60mila persone. Insomma, i burocrati europei non sono poi così tanti…

Oggi però le persone comuni non percepiscono questi vantaggi e queste conquiste.

Bisogna ri-formulare non solo politiche europee, ma anche un sogno europeo.

Per farlo servono statisti e non politicanti. Statisti come De Gasperi, Adenauer e Schumann, che avevano vissuto la guerra e conoscevano il valore della pace. Provenivano da tre paesi – l’Italia, la Francia e la Germania – che si erano combattuti per secoli, ma seppero adottare uno sguardo nuovo e intuire la profezia dell’unità. Erano tra l’altro tre cattolici e forse anche questa comunanza spirituale li aiutò a capirsi e a sentirsi fratelli.

La politica come ogni opera umana è fatta dalle persone. Solo persone più credibili e autentiche potranno tracciare il nuovo sogno europeo.

Senza dimenticare che come è scritto nell’antica Lettera a Diogneto: “I Cristiani abitano ciascuno la propria patria, ma come stranieri residenti; a tutto partecipano attivamente come cittadini, e a tutto assistono passivamente come stranieri; ogni terra straniera è per loro patria, e ogni patria terra straniera… passano la vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo, obbediscono alle leggi stabilite, eppure con la loro vita superano le leggi… in una parola ciò che l’anima è nel corpo, i cristiani lo sono nel mondo….l’anima abita nel corpo, ma non è del copro; così pure i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo”.

 

CONCLUSIONI

Infine vorrei concludere citando il pensiero di una giovane donna olandese, scritto all’inizio degli anni ’40 del secolo scorso.

"Un barlume di eternità

filtra sempre nelle mie piccole azioni

e percezioni quotidiane.

 

Io non sono sola

nella mia stanchezza, malattia, tristezza o paura,

ma sono insieme con milioni di persone, di tanti secoli:

anche questo fa parte della vita, che è pur bella e ricca di significato nella sua assurdità.

 

La vita e la morte, il dolore e la gioia,

le vesciche ai piedi estenuati dal camminare e

il gelsomino dietro la casa,

le persecuzioni, le innumerevoli atrocità,

tutto ciò è in me come un unico potente insieme e come tale lo accetto.

 

Ho il dovere di vivere nel modo migliore

e con la massima convinzione,

sino all'ultimo respiro:

 

allora il mio successore non dovrà più ricominciare tutto da capo, e con tanta fatica.

Non è anche questa un'azione per i posteri?"

 

Etty Hillesum, Diario 1941-1943


Queste parole sono state scritte da Etty Hillesum, giovane ebrea olandese che sapeva di essere destinata alla Shoah con il resto del suo popolo. Etty potè trovare un significato profondo per la sua vita anche nel dramma della Shoah.

Come Etty, anche noi possiamo pensare che il nostro lavoro, la nostra fatica, il dono di noi stesse, non è isolato e disgiunto da quello degli altri, ma è fatto insieme a milioni di persone, di tanti secoli, ed è lasciato ai nostri successori. E’ bello pensare che lei e tanti altri maestri e maestre, come quelle che abbiamo citato in apertura, ci abbiano aperto la strada e che noi possiamo continuare il loro cammino, e aprire strade nuove.

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