Convegno: “I Cattolici democratici nella politica di oggi: ancora utili all’Italia?” Roma - 19.12.2022 – Associazione “I Popolari”.

19 Dicembre 2022

“La vita comunitaria come premessa del pensiero e dell’impegno politico in favore della comunità”.

Una strada per recuperare il ruolo dei Cattolici democratici nel centrosinistra italiano.

Intervento di Monica Canalis, vice segretaria PD Piemonte e consigliera regionale

 

I Cattolici democratici sono ancora utili all’Italia oggi? La risposta non può essere che sì. Non sono soltanto utili: sono indispensabili. Ma non dobbiamo correre il rischio che siano degli “utili idioti” o degli “utili corpi estranei”. Utili lo sono senz’altro, ma non devono essere degli utili idioti.

In questi anni nel centrosinistra e nel Pd, infatti, ci siamo spesso sentiti tollerati, ma nascosti, elettoralmente utili, ma politicamente scomodi.

DUE DOMANDE.

Abbiamo di fronte due grandi domande:

  1. c’è ancora bisogno delle culture politiche? (negli anni passati, anche nel PD, anche tra i Cattolici, c’è chi ha teorizzato il mescolamento e l’ibridazione tra le culture politiche o ha parlato di generico “riformismo”, prescindendo dal riferimento esplicito al “Cattolicesimo democratico”)
  2. i capisaldi del Popolarismo sono ancora utili e attuali?

Rispondo sostenendo che oggi nella politica italiana c’è un profondo bisogno delle culture politiche e che i capisaldi del Popolarismo sono ancora attuali e utili.

Il nuovo ciclo politico, iniziato con le elezioni parlamentari dello scorso 25 settembre, sembra configurarsi come il compimento della parabola populista avviata nel 1994 da Berlusconi. Il Popolarismo è l'antitesi e in qualche modo l’antidoto del populismo ed è quindi quantomai utile ai giorni nostri.

Benigno Zaccagnini sosteneva che: “Il popolarismo cristiano è la netta antitesi del populismo, mediatico e non, così diffuso dopo la crisi dei partiti storici italiani. Il populismo è eccitazione e suggestione della folla, è sollecitazione degli istinti e dell’irrazionale collettivo a fini plebiscitari. Il popolarismo è crescita delle varie comunità che si sviluppano come soggetti responsabili nelle forme di autonomia sociale e territoriale che ne garantiscono l’esistenza e l’identità”.

Il nucleo ideale e valoriale del Popolarismo si poggia sulla centralità della persona e della comunità, sull’attenzione e la cura dei corpi intermedi, a partire dalla famiglia, sulla sussidiarietà e sul protagonismo delle autonomie locali, sulla libertà religiosa ed educativa, sulla solidarietà e la protezione dei più deboli, sulla lotta alle disuguaglianze e la dignità del lavoro, sul pluralismo e l’opposizione ad ogni forma di autoritarismo, sulla dimensione popolare cioè di popolo, su una sana laicità che non estrometta il discorso e l’ispirazione religiosa dalla sfera pubblica, sul riformismo, il garantismo, l’europeismo e sul comunitarismo come terza via tra statalismo e liberismo. Sono tutti principi molto moderni e bisognosi di attuazione.

IL CONTESTO

Assumendo che la risposta alle due domande iniziali sia positiva, la sfida consiste nel capire come recuperare il ruolo dei cattolici democratici nel centrosinistra italiano, in un contesto caratterizzato da molteplici fattori di crisi politica e sociologica:

 

  1. la perdita del primato della politica rispetto all’economia e del potere politico nazionale o europeo rispetto ai poteri economici sovra nazionali
  2. la prevalenza di logiche corporative e particolaristiche
  3. l’indebolimento dei corpi intermedi, compresa la Chiesa
  4. la crisi del modello di sviluppo economico fondato sull’economia sociale di mercato (rigurgiti di statalismo e turbo liberismo, dominio della cultura tecnologica su quella umanistica…)
  5. la crisi della dello Stato laico, schiacciato tra forme di laicismo e forme di strumentalizzazione politica della religione (“nazionalcattolicesimo”)
  6. la crisi della rappresentanza di tutti i partiti politici e l’astensionismo
  7. la crisi delle culture politiche e dei grandi orientamenti ideali a vantaggio di un’impostazione meramente pragmatica
  8. l’elitarismo e la perdita della dimensione popolare dei partiti di centrosinistra
  9. la divaricazione tra aree urbane e aree rurali, con il predominio della destra in queste ultime
  10. l’affermazione di forme di identitarismo strumentale e settario e la rivendicazione ossessiva di diritti individuali disgiunti dai doveri e dai legami comunitari (Mark Lilla nel pamphlet “L’identità non è di sinistra” parla di un’ossessione per l’io e per le aspirazioni individualiste, di un’attenzione quasi esclusiva, nei partiti di centrosinistra, per le minoranze, invece di una valorizzazione di tutti i legami sociali e di una focalizzazione su ciò che si condivide e che unisce tutti i cittadini. Lilla usa la fortunata espressione “prigione della soggettività”, per accusare la sinistra di aver scelto la politica identitaria delle minoranze come sostituto del marxismo. Lilla suggerisce di avere a cuore le minoranze, senza diventare però il partito delle minoranze, che sono di volta in volta gli stranieri, gli omosessuali, le etnie minoritarie ecc.)
  11. l’indebolimento dell’etica pubblica e la diffusione della corruzione politica
  12. la personalizzazione della politica, che può essere considerata la radice della crisi del sistema dei partiti in Italia
  13. la crisi del bipolarismo, del parlamentarismo e gli effetti della pessima legge elettorale in vigore per l’elezione del Parlamento
  14. il germe del populismo che ha contagiato in alcuni passaggi anche il centrosinistra (si pensi al taglio dei parlamentari, all’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, alla problematica revisione dell’architettura delle autonomie locali, alla disintermediazione…)
  15. gli errori nelle alleanze nello schieramento di centrosinistra nelle elezioni del 2022 e le forme di neocentralismo, elitarismo e cooptazione nella scelta delle candidature per il Parlamento
  16. Molti cattolici nelle elezioni del 2022 hanno votato a destra

 

In un contesto come questo, come recuperare il ruolo dei Cattolici democratici nel centrosinistra italiano?

Innanzitutto, occorre “esserci”.

 

Tina Anselmi diceva: “Capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci”.

ESSERCI.

Costruire la città non esula infatti dai compiti del cristiano, ma è vera e propria estrinsecazione della fede cristiana. La fatica del multiculturalismo, il laicismo anti cristiano, l’insistenza sul politicamente corretto, che oscura la realtà delle cose e vorrebbe cancellare le differenze in nome del contrasto alle discriminazioni, spesso allontanano i cristiani dalla politica o li inducono a considerare la città come un mero contenitore esterno, una sorta di cornice urbanistica, per le proprie parrocchie, associazioni, congregazioni, una cornice spesso estranea e poco confortevole. Tutto ciò porta alcune comunità cristiane a rifugiarsi nella propria realtà associativa o a premiare messaggi politici difensivi e reazionari.

Tuttavia, l’intera città è la casa dei cristiani, non solo la parrocchia o l’associazione. E questo vale anche se i cristiani sono ormai minoranza e spesso sono mal tollerati per le loro idee sulla famiglia, sul rispetto per la vita in ogni sua fase, sulla libertà educativa, sull’attenzione ai poveri, siano essi mendicanti, rifugiati, tossicodipendenti, disabili o malati mentali. La città è la casa dei cristiani e i cristiani devono interessarsene e sentirsene responsabili.

Non con la logica della nicchia, ma con quella del lievito. Non con la logica confessionale, ma della laicità.

 

LA LOGICA DELLA NICCHIA E LA LOGICA DEL LIEVITO. IL DENTRO E IL FUORI.

 

La logica della nicchia è quella che spinge alla tensione difensiva di un fortino, alla chiusura in un rassicurante, ma sterile, recinto identitario, che rischia di portare al settarismo, alla clericalizzazione e all’autoreferenzialità. È la tentazione di stare tra di noi, costruendo una sorta di ghetto un po’ separato dal resto della città. Questa però non è una comunità. E’ un ghetto, appunto. Non bisogna costruire ghetti, ma abitare la città intera, essere minoranza in mezzo a realtà che talvolta appaiono inospitali.

La logica della nicchia ci spinge a stare dentro le nostre case, magari aprendo le nostre porte, ma uscendo poco. La logica del lievito, invece, ci spinge ad uscire fuori, a impastarci, a conservare la ricchezza e il conforto della vita comune, per farne dono al resto della città.

La logica del lievito è quella di una comunità poco numerosa, come è oggi la comunità cristiana, che, pur essendo piccola, riesce a dare una testimonianza efficace e magari anche ad influenzare la maggioranza grazie alla qualità delle proprie idee e del proprio impegno, trovando modi nuovi per inculturarsi e incarnarsi nel contesto territoriale in cui è inserita. Sono i piccoli – di biblica memoria - che fanno cose grandi, se conservano la propria autenticità e non temono il confronto con chi è diverso e talvolta ostile al cristianesimo. Nel ‘900 sono state le piccole comunità a fermare i totalitarismi e storicamente sono le minoranze che guidano la storia.

Vivere la logica del lievito ha due condizioni: la preparazione (servono cristiani preparati alla vita comunitaria prima ancora che alla politica) e il coraggio.

Solo cristiani preparati, saldi nella fede, ben formati, possono mescolarsi al resto della città con un sano spirito di fraternità, senza perdere il proprio gusto e la propria specificità. Solo cristiani preparati sono in grado di spargersi nel mondo.

Si può essere presenza numericamente minoritaria, ma feconda, si può essere intransigenti nei valori, ma dialoganti nel metodo.

E poi serve tanto coraggio. Solo cristiani coraggiosi non hanno paura di esplorare una società che sfida il cristianesimo, col rifiuto dello straniero, l’ostentazione dell’appiattimento dei generi, l’attacco frontale alla famiglia, la strumentalizzazione dei simboli religiosi.

 

LA LOGICA CONFESSIONALE E LA LOGICA DELLA LAICITA’.

 

Benigno Zaccagnini diceva:” In politica non in nome, ma a causa, della fede”. Il cristiano impegnato in politica è ispirato dalla propria fede e dalla Dottrina Sociale della Chiesa, ma non la ostenta e non la utilizza strumentalmente per trarne un profitto elettorale. Il cristiano impegnato in politica è un laico che risponde innanzitutto alla propria coscienza e determina le scelte politiche autonomamente dal clero.

La laicità delle istituzioni è una garanzia sia per i credenti sia per i non credenti.

La definizione “Libera Chiesa in libero Stato” sancisce una separazione del raggio d’azione di queste due istituzioni, che da un lato tutela lo Stato dalle ingerenze ecclesiastiche e dall’altro tutela la Chiesa dalle ingerenze statuali. Il nostro ordinamento giuridico è infatti aconfessionale, limita le ingerenze religiose, garantisce la libertà religiosa, senza tuttavia al contrario imporre uno stato etico.

La laicità è quindi una cosa buona, che non va confusa con il laicismo, cioè con l’estromissione del discorso religiosamente ispirato dalla sfera pubblica per relegarlo in quella privata, né con l’ostilità dello Stato nei confronti delle espressioni e delle aggregazioni religiose.

 

COME NASCONO LE VOCAZIONI POLITICHE? LA VITA COMUNITARIA. LA PREGHIERA E IL PENSIERO. LA CARITA’ E LA GIUSTIZIA.

 

Sono convinta che più che organizzare scuole di politica, oggi l’urgenza sia organizzare… “scuole di comunità”. Come fanno ad esserci cristiani impegnati in politica se non ci sono più le comunità cristiane? Per avere cristiani preparati e non paurosi, che siano in grado di discernere e poi affrontare l’impegno politico, che curino non solo la dimensione spirituale, ma anche quella civile della fede, è necessario innanzitutto avere delle comunità vere, vitali, vivaci, in cui vengano formati bene i cristiani e possano sorgere di conseguenza le varie tipologie di vocazione, tra cui anche la vocazione alla politica.

Purtroppo le ventimila parrocchie italiane oggi attraversano una fase di disgregazione e sfilacciamento.

Se non consolidiamo le comunità cristiane esistenti e non le moltiplichiamo, sarà difficile far emergere vocazioni serie e ben formate, in tutti i campi e per tutti gli stati di vita.

Prima di promuovere scuole di politica, dobbiamo promuovere un impegno pastorale per rianimare le nostre comunità cristiane. La formazione del cristiano, oltre alla preghiera e alla carità, oltre ai Sacramenti e alla lettura della Parola, non deve trascurare la dimensione del pensiero e della cultura.

 

Carlo Maria Martini diceva:

Chiedo non se siete credenti o non credenti, ma se siete pensanti o non pensanti. L’importante è che impariate a inquietarvi. Se credenti, a inquietarvi della vostra fede. Se non credenti, a inquietarvi della vostra non credenza. Solo allora saranno veramente fondate”.

 

Dietrich Bonhoeffer diceva:

La stupidità è un nemico del bene più pericoloso che la malvagità. Contro il male si può protestare, si può smascherarlo, se necessario ci si può opporre con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell’autodissoluzione, mentre lascia perlomeno un senso di malessere nell’uomo. Ma contro la stupidità siamo disarmati. Qui non c’è nulla da fare, né con proteste né con la forza; le ragioni non contano nulla… La parola della Bibbia, che il timor di Dio è l’inizio della sapienza (Sal. 111, 10), significa che la liberazione interna dell’uomo per una vita responsabile di fronte a Dio è l’unico reale superamento della stupidità.”

 

Anche il Vangelo ci esorta ad essere “candidi come colombe e astuti come serpenti”.

Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”.

 

Occorre educare al pensiero e al senso critico, oltre alla preghiera e alla fede, per costruire comunità cristiane oranti ma anche pensanti. Nella formazione dei cristiani dobbiamo insistere maggiormente sul pensiero critico e sulla cultura, perché solo in questo modo i cristiani saranno pronti ad abitare proficuamente il mondo e ad essere sale della terra, senza chiudersi in un recinto chiuso, ma dando un contributo alla società, sia in termini di carità sia in termini di giustizia.

La politica ha bisogno di “polmoni spirituali” e di riserve di cristiani ben formati all’interno di comunità solide e numerose, che potranno anche accogliere nuove vocazioni politiche.

Prima la comunità, poi la politica.

 

CRISTIANESIMO E CONFLITTO POLITICO.

Spesso i Cristiani sono spaventati dalla dimensione conflittuale della politica e ricercano un irenismo non solo irrealistico, ma anche controproducente perché rimanda la soluzione dei problemi. Il conflitto politico, quando non è fine a se stesso ed è mosso da motivazioni ideali e non di potere, concorre all’avanzamento del bene comune. Se il conflitto viene affrontato, ricomposto e superato, fa crescere la comunità e contribuisce a selezionare in modo democratico la classe dirigente, mentre se viene lasciato in forma implicita e latente, ricompare successivamente in forma più dirompente e non ricomponibile. L’unanimismo di facciata contiene una radice di ipocrisia, l’ecumenismo superficiale mette a tacere la sana dialettica politica, mentre il confronto e il conflitto non violento può essere uno strumento di ricerca del bene comune.

 

I RISCHI PER L’IMPEGNO POLITICO DEI CATTOLICI DEMOCRATICI

Torniamo alla questione di fondo: come recuperare il ruolo dei cattolici democratici nel centrosinistra italiano?

Abbiamo detto che i cattolici democratici negli ultimi anni sono stati spesso tollerati, ma nascosti dai partiti di centrosinistra, sono stati considerati elettoralmente utili, ma politicamente scomodi.

Allora i rischi da riconoscere e contrastare sono essenzialmente tre:

  • Il rischio dell’assenza. Una volta esaurite le storiche riserve della Repubblica formatesi nella cultura politica popolare (pensiamo a Mattarella o Sassoli), il rischio è che le nuove leve preferiscano dedicarsi all’impegno pre politico associativo e disdegnino l’impegno politico diretto, a causa della difficoltà a trovare una casa politica coerente o almeno accogliente nei confronti della Dottrina sociale della Chiesa.
  • Il rischio dell’irrilevanza, che si presenta quando i cattolici fanno “le foglie di fico”, cedendo il passo all’istinto egemonico dei compagni di partito o annacquandosi in fallimentari operazioni di ibridazione, che sono il contrario di un rispettoso dialogo tra diversi. Non un dialogo e una sintesi ben riuscita, ma una giustapposizione tra corpi estranei in cui una delle parti domina e l’altra perde il sapore.
  • Il rischio dell’identitarismo, che si presenta soprattutto nei cattolici di destra, blanditi dalla tentazione di una protezione corporativa, formale ed esteriore della fede, a cui è però sottesa la negazione della laicità e dell’architettura liberale dello Stato e di buona parte dei principi sostanziali della Dottrina sociale della Chiesa. L’interesse del gruppo viene anteposto al bene comune e si crea una saldatura tra il potere temporale e quello religioso, in una sorta di “nazionalcattolicesimo”.

I cattolici democratici rischiano di essere schiacciati tra l’elitarismo di sinistra ed il populismo di destra e tra il laicismo di sinistra e il nazionalismo religioso di destra.

 

RICREARE LA NOSTRA COMUNITA’

 

Oggi ci troviamo qui per riesumare la cultura politica del Popolarismo, dopo anni di dispersione e occultamento. Qualcuno ha più responsabilità di altri. Qualcuno più di altri ha abiurato la nostra cultura politica o l’ha accantonata per mere ragioni di carriera, opportunismo e cinico calcolo di potere personale. Questa non può quindi essere solo la giornata dell’orgoglio, per noi Popolari, ma anche dell’autocritica.

È bene riaccendere una fiamma quasi estinta, ma non sia un’azione meramente strumentale, funzionale all’imminente Congresso del Pd, o un’azione titubante. Organizziamoci con convinzione, determinazione e coraggio! Il 25 settembre si è aperto un nuovo ciclo politico per l’Italia. Anche per noi Popolari può riaprirsi un ciclo nuovo! Senza paura di essere pochi o di essere in minoranza. D’altro canto lo stesso Sturzo, padre del Popolarismo, generò la cultura politica popolare in una condizione personalmente e politicamente avversa, mentre era in esilio.

Essere minoranza non significa essere rassegnati! In Piemonte ad esempio siamo riusciti a ripristinare la rete dei Popolari, radunando gli esponenti storici ed attraendo nuove persone, in tutte le Province. E’ possibile farlo in tutta Italia, ma serve un grande impegno di cura dei rapporti umani e di investimento sulla vita comunitaria.

Possiamo ricreare la nostra comunità, che può essere ossigeno per noi e per il Paese. Guardiamo avanti e rifondiamo un progetto culturale e politico, che non nasce da noi - lo abbiamo infatti ereditato - ma a cui noi possiamo ridare vita. Una cultura politica non esiste se non si innerva in una comunità.

Questa mattina Padre Francesco Occhetta parlava del rilievo che ha il pathos rispetto al logos nella cultura contemporanea. Mi ha fatto venire in mente le parole di Dietrich Bonhoeffer, che nel libro “Vita Comune” suggeriva di costruire comunità pneumatiche, animate dallo Spirito e durature nel tempo, piuttosto che comunità psichiche, cioè comunità emotive guidate da un leader carismatico:

Dato che la comunità cristiana è basata solo su Gesù Cristo, essa è una realtà pneumatica e non psichica. Ed in questo veramente essa differisce da ogni altra comunità. La Sacra Scrittura indica col termine pneumatico (=spirituale) ciò che solo lo Spirito Santo crea, il quale pone nei nostri cuori Gesù Cristo come nostro Signore e Salvatore; chiama, invece, psichico (=dell’animo) ciò che nasce dagli istinti, dalle forze naturali, dalla disposizione dell’animo umano. (…) Una vita vissuta in comune sotto la Parola può restare sana lì dove non si presenta come movimento, ordine monastico, associazione, collegium pietatis, ma come parte della Chiesa universale, una e santa; dove partecipa, lavorando e soffrendo, al travaglio, al combattimento, alla promessa di tutta la Chiesa. Ogni principio di selezione e ogni conseguente separazione, che non è obiettivamente condizionata da un lavoro comune, da cause locali, da nessi familiari, è un vero pericolo per una comunità cristiana. Nella via della selezione intellettuale o spirituale si introduce spesso di nuovo di soppiatto il fattore psichico e defrauda la comunione della sua forza spirituale e della sua efficacia per la comunità, la spinge ad assumere un atteggiamento settario.”

 

Auguro ai Popolari di ricostruire una comunità pneumatica vera e forte!

 

Monica Canalis

19/12/2022

 

 

 

“La politica non può essere solo l’arte del possibile,

ossia della speculazione, del calcolo, dell’intrigo, degli accordi segreti e dei raggiri utilitaristici,

ma piuttosto deve essere l’arte dell’impossibile,

cioè l’arte di rendere migliori se stessi e il mondo”.

Vaclav Havel (1936-2011)

 

"Possiamo ancora risultare utili a qualcosa?

Siamo stati testimoni silenziosi di azioni malvagie,

abbiamo conosciuto situazioni di ogni genere,

abbiamo imparato l'arte della simulazione e del discorso ambiguo,

l'esperienza ci ha resi diffidenti nei confronti degli uomini

e spesso siamo rimasti in debito con loro della verità e di una parola libera;

conflitti insostenibili ci hanno resi arrendevoli

o forse addirittura cinici:

possiamo ancora servire a qualcosa?

Non di geni, di cinici, di dispregiatori di uomini, di strateghi raffinati avremo bisogno,

ma di uomini schietti, semplici, retti.

La nostra forza di resistenza interiore nei confronti di ciò che ci viene imposto sarà rimasta abbastanza grande e la franchezza verso noi stessi abbastanza implacabile

da farci ritrovare la via della schiettezza e della rettitudine?".

Dietrich Bonhoeffer (1906-1945)

cross