COMMEMORIAZIONE DELL’UCCISIONE DI DON GIOVANNI MINZONI RAVENNA

22 Agosto 2026

Buonasera a tutti, sono felice di portarvi oggi il saluto della Fraternità della Speranza del Sermig, di cui ho l’onore di far parte. Il Sermig dal 1983 ha sede nell’ex arsenale militare di Torino, ora Arsenale della Pace, ed ha un legame speciale con la vostra terra grazie alla storica amicizia tra il nostro fondatore Ernesto Olivero e Benigno Zaccagnini.

È pertanto molto emozionante per me essere qui con voi per ricordare una persona come Don Giovanni Minzoni, che costituì un riferimento fondamentale per Zaccagnini e per generazioni di giovani formatisi nei valori seminati da questo martire della Chiesa e della democrazia italiana.

Chi era e chi è Don Giovanni Minzoni?

E’ innanzitutto un sacerdote, un parroco, che ha realizzato la sua vita seguendo una vocazione precisa e totalizzante, nella fedeltà al Signore. Un sacerdote che scrive: «Signore, fa ch’io sia tuo degno Sacerdote non solo all’Altare, ma nella vita e nel sacrificio di me stesso – sempre!” Questo è il mio voto, il mio programma di vita al quale voglio essere fedele sino alla morte: flangar non flectar! (mi spezzo ma non mi piego!)».

Don Minzoni è poi soprattutto un uomo coraggioso, che nella prima guerra mondiale chiede di essere inviato al fronte e si distingue al punto di essere decorato con la medaglia d’argento al valor militare. Non si tira indietro di fronte al pericolo e ai rischi, vive in pienezza ogni fase della sua vita, senza calcoli e con lo sguardo fisso a ciò che è giusto e non a ciò che conviene.

Don Minzoni è un interprete del cattolicesimo sociale, il filone culturale che in quegli anni ha cominciato ad animare la chiesa e la società italiana, per merito di Romolo Murri, della scuola sociale della diocesi di Bergamo, di Giuseppe Toniolo, Luigi Sturzo e di altre fulgide figure che hanno camminato sulle tracce della incipiente Dottrina Sociale della Chiesa e l’hanno alimentata con creatività. Don Minzoni è un parroco molto attivo nel rafforzamento sociale della comunità che gli è affidata. Promuove infatti una molteplicità di iniziative: le cooperative di ispirazione cattolica tra i braccianti e le operaie del laboratorio di maglieria, l’Unione professionale, la cassa rurale, il doposcuola per i bambini, il teatro parrocchiale, il cinema, la biblioteca circolante, il ricreatorio maschile ed il circolo femminile, la catechesi per gli adulti e per la famiglia, l’Azione Cattolica, il gruppo scout. Un “vulcano”, diremmo oggi!

Don Minzoni è anche un uomo attento alla politica. Aderisce alla Democrazia Cristiana e al Partito Popolare, come altri sacerdoti del suo tempo, che intuiscono che l’amore, per concretizzarsi in modo completo, ha bisogno di decisioni pubbliche, per il bene comune.

Don Minzoni è un precursore antifascista, uno che prima di altri capisce cos’era il Fascismo. Viene ucciso dai Fascisti nel 1923, prima del delitto Matteotti, quando, nonostante fosse già al potere, il Fascismo continuava a mostrare le sue caratteristiche drammatiche: il ricorso sistematico alla violenza come strumento di lotta politica, l’intolleranza, l’intimidazione… È una falsificazione far credere che sia esistito un “fascismo per bene”, che all’inizio ha fatto anche delle buone cose. No, il Fascismo, sin dai suoi esordi, è autoritario e violento. “Il Fascismo non è nato con le grandi adunate da migliaia di persone, è nato ai bordi di un marciapiede qualunque, con la vittima di un pestaggio (Annalisa Savino, dirigente del liceo scientifico "Leonardo Da Vinci" di Firenze). Don Minzoni riconosce i germi del Fascismo nascente, è lucido, acuto, e lo è in un contesto nazionale in cui invece i clerico-fascisti sono la maggioranza e lo saranno ancora per molti anni. Don Minzoni è uno che pensa con la sua testa e non cede al conformismo o alle opzioni più comode e sicure. Lui che si era distinto come patriota sui campi di battaglia della prima guerra mondiale, riconosce che nel fascismo non c’è vero amore per la patria, ma squallido nazionalismo e bellicismo. L’acutezza politica di Don Minzoni matura attraverso la vita vissuta e l’umanità delle relazioni: comprende ancor prima della marcia su Roma che il Fascismo è pericoloso, quando il 7 maggio 1921 il sindacalista socialista Natale Gaiba, consigliere comunale ad Argenta e suo amico, resta vittima dello squadrismo fascista. Come ci ha ricordato il cardinale Zuppi nel centenario del 2023, sono probabilmente tre gli episodi che decretano la condanna a morte di Don Minzoni: “celebra i funerali di un assessore socialista ucciso dai fascisti, durante i quali condanna l’omicidio come mostruoso cinismo, viltà e settarismo. Scrive una fermissima lettera dopo che i fascisti avevano impedito una processione degli scout verso il santuario della Celletta, nella quale indicò i veri nemici della Chiesa “nei paladini dell’ordine, nei moralisti della disciplina che ostentandosi combattono l’opera dei parroci o meglio del Papa”. Infine il 9 agosto, quindi pochi giorni prima del suo assassinio, ha una discussione pubblica con il gerarca Italo Balbo che aveva minacciato dure sanzioni se non si fosse sciolta l’associazione scoutistica perché questo era l’ordine del Duce. Minzoni risponde che prendeva ordini solo dal Papa e che i suoi ragazzi sarebbero rimasti uniti in nome di Dio per il loro e unico vero bene che non era quello di imparare a usare i fucili.”

Don Minzoni è un uomo innocente, ucciso ingiustamente e barbaramente e per il cui assassinio non viene fatta giustizia. Negli anni immediatamente successivi al delitto, la ricerca dei responsabili viene infatti più volte insabbiata, tra intimidazioni ai giornalisti e ai testimoni. Nel 1925 tutti gli imputati vengono assolti e bisogna attendere il 1947 per ottenere una condanna per omicidio preterintenzionale degli imputati superstiti, che comunque furono scarcerati per sopravvenuta amnistia. Nessuno pagò veramente per l’omicidio di Don Minzoni e la sua memoria fu a lungo tacitata e soffocata.

Don Minzoni è a tutti gli effetti un martire e “il suo martirio è alle radici dell’Italia liberata e della Repubblica”, come ci ha ricordato un anno fa Claudio Sardo in questa stessa piazza.

Don Minzoni è tutte queste cose, ma l’immagine che personalmente mi è rimasta di più nel cuore è quella in bianco e nero di lui, con la berretta da prete in mano, seduto in mezzo ai suoi giovani.

Sì, don Minzoni è un prete, è un uomo che ama i giovani. Questo è il tratto più potente e deflagrante della sua figura. È per questo che i fascisti non possono più tollerare la sua attività: perché sta diventando un concorrente diretto delle perverse proposte educative del Fascismo. La grande capacità organizzativa di Don Minzoni aveva infatti reso difficile la costituzione ad Argenta dell'Opera Nazionale Balilla ed aveva contrastato l'istituzione dell'Avanguardia giovanile fascista. San Giovanni Paolo II nel 60º della morte di don Minzoni scrive all’Arcivescovo di Ravenna che “fu il suo fascino spirituale, esercitato sulla popolazione, sulle forze del lavoro ed in particolare sui giovani, a provocare l'aggressione, si volle stroncare soprattutto la sua azione educativa diretta a formare la gioventù per prepararla nel contempo ad una solida vita cristiana e ad un conseguente impiego per la trasformazione della società.” L’educazione è l’arma non violenta che fa paura ai fascisti e che don Minzoni utilizza con grandi risultati, esercitando un’influenza positiva sui giovani e conquistando il loro consenso. Purtroppo, però, il Fascismo voleva subordinare ai propri simboli ogni altra agenzia educativa e non poteva tollerare la libertà con cui don Minzoni si muoveva e coinvolgeva la popolazione. Non è la forza materiale o economica di Don Minzoni a spaventare i suoi avversari, ma l’umile e indomabile forza dell’amore che sprigiona dalla sua testimonianza. Soprattutto, i fascisti hanno paura della sua libertà, non comprabile nè asservibile. Riprendo ancora le parole luminose di Claudio Sardo: “L’insegnamento di don Minzoni è che la libertà comincia dall’educazione, dai mondi vitali, dai luoghi della formazione e della conoscenza, dalla pratica coerente della giustizia sociale, e che non può essere compressa pena il prosciugamento della linfa vitale di una società. Tutto ciò viene prima della politica, certo, eppure è il fondamento della libertà politica, della democrazia stessa, di un pluralismo che insegna rispetto e che sa far tesoro della diversità.”

La vicenda di don Minzoni ci ricorda come l’antifascismo sia stato un fenomeno plurale, che vide protagonisti uomini e donne, partigiani e militari, contadini e operai, cristiani ed ebrei, comunisti, socialisti, popolari, monarchici, liberali e azionisti. Furono “resistenti” anche i 650mila IMI, gli internati militari italiani a cui venne negato il riconoscimento di prigionieri di guerra, imprigionati, umiliati, affamati, costretti al lavoro coatto. Tra i cattolici possiamo ricordare Don Pietro Pappagallo, trucidato nell'eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma per aver falsificato documenti e nascosto ebrei e antifascisti, i partigiani cattolici piemontesi caduti in combattimento Gino Pistoni e Giorgio Catti, il parroco di Boves don Giuseppe Bernardi e il suo giovane viceparroco don Mario Ghibaudo; Suor Giuseppina Demuro, superiora al carcere Le Nuove di Torino, da poco riconosciuta come “Giusta tra le Nazioni”.

La storia italiana degli ultimi decenni è costellata di figure come Don Minzoni, che hanno unito profondità spirituale e impegno sociale, fede e amore per la democrazia.

Da torinese, non posso non pensare a Piergiorgio Frassati, coevo di Don Giovanni Minzoni, come lui anti fascista e iscritto al Partito Popolare di Luigi Sturzo.

Penso poi a Don Primo Mazzolari, parroco come Don Minzoni, antifascista della prima ora, formatore di coscienze cristiane libere e sollecitatore di vocazioni politiche.

O ad Aldo Moro, martire della nostra Repubblica, lucido interprete dei fenomeni storici, uomo di dialogo e di ascolto.

A Vittorio Bachelet, un altro martire civile sacrificato da mani violente.

A Giorgio La Pira e Benigno Zaccagnini, figure importanti per la vostra comunità e anche per quella da cui provengo io.

Senza Don Sturzo, Don Minzoni, Frassati, Don Mazzolari, Moro, Bachelet, La Pira, Zaccagnini ecc… la storia italiana non sarebbe neppure immaginabile.

Oggi dobbiamo formare e supportare nuove figure di questo calibro, per contribuire al futuro della nostra Repubblica. E dobbiamo investire sul rafforzamento di comunità solide e mature, in cui le persone possano formarsi.

Gli intolleranti e i violenti non accettano la libertà. Don Giovanni Minzoni dava così fastidio ed era diventato così scomodo, al punto da essere tolto di mezzo, perché con la sua opera stava ostacolando l’affermazione del Fascismo, non con una semplice testimonianza individuale, ma con lo strumento più potente di tutti: l’educazione e la costruzione di una comunità pensante. Questo dava fastidio ai fascisti, non l’esistenza di un singolo prete antifascista. Quel singolo prete stava formando una comunità, ed in particolare stava formando una comunità di giovani, e questo costituiva una minaccia seria.

La riflessione sull’esperienza di costruzione comunitaria fatta da Don Minzoni costringe ad un implacabile paragone con il presente: un presente in cui scarseggiano le comunità solide che possano offrire una formazione solida.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: nelle elezioni europee di giugno 2024, ben il 58% dei Cattolici praticanti ha disertato le urne (sondaggio Pagnoncelli). Un dato allarmante, forse dovuto alla scarsa educazione civica ricevuta negli ambienti ecclesiali o all’offerta politica troppo polarizzata e poco rispondente ai bisogni dei Cattolici. Al di là delle possibili diagnosi sociologiche, questo distacco dalla politica e dall’esercizio dei diritti democratici non preannuncia nulla di buono. Per ricucire questa frattura e riannodare i fili della nostra democrazia è necessario ricostruire le comunità, oggi troppo sfilacciate, e renderle capaci di coltivare le diverse vocazioni e di formarle adeguatamente.

Occorre davvero rilanciare la capacità dei corpi intermedi di generare vocazioni, in ambito educativo, sociale, culturale e anche politico. Solo la dimensione di vita comunitaria fa emergere i talenti e li allena al bene comune, al gioco di squadra, alla fatica della relazione, alla gestione del conflitto e al servizio genuino e disinteressato. Per questo, la democrazia ha bisogno di partiti, sindacati, chiese, associazioni, cooperative, il più possibile vitali, radicati sul territorio e inclusivi verso tutti ed in modo speciale verso chi è più ai margini e partecipa meno, cioè i giovani e le donne.

Papa Francesco alla Settimana Sociale di Trieste nel luglio 2024 ha esortato il laicato cattolico italiano “sull’esempio di La Pira, ad avere la capacità di organizzare la speranza”.

Benigno Zaccagnini sosteneva che “il popolarismo cristiano è la netta antitesi del populismo, mediatico e non, così diffuso dopo la crisi dei partiti storici italiani. Il populismo è eccitazione e suggestione della folla, è sollecitazione degli istinti e dell’irrazionale collettivo a fini plebiscitari. Il popolarismo è crescita delle varie comunità che si sviluppano come soggetti responsabili nelle forme di autonomia sociale e territoriale che ne garantiscono l’esistenza e l’identità”.

Ecco, abbiamo bisogno che le varie comunità si sviluppino come soggetti responsabili e soprattutto soggetti “pensanti”.

Carlo Maria Martini diceva: “Chiedo non se siete credenti o non credenti, ma se siete pensanti o non pensanti. L’importante è che impariate a inquietarvi. Se credenti, a inquietarvi della vostra fede. Se non credenti, a inquietarvi della vostra non credenza. Solo allora saranno veramente fondate”.

Interroghiamoci su ciò che sta accadendo nel nostro territorio, nel nostro Paese e nel mondo intero, per poter continuare il cammino di libertà e di rivolta morale contro le diverse forme di violenza ed autoritarismo, che suscitarono la reazione di persone come don Giovanni Minzoni.

La rivolta morale è possibile se qualcuno, anche solo una minoranza, tiene viva la coscienza dell’intero popolo, la mantiene vigile e attenta, per fermare sul nascere le tentazioni dispotiche e antidemocratiche, per tutelare il pluralismo culturale, proteggere le minoranze dalle persecuzioni, alimentare la tolleranza, il dialogo e la mediazione, abiurare ogni forma di violenza, fisica o verbale, bandire l’intimidazione e la demonizzazione dell’avversario, mitigare la polarizzazione del quadro politico, favorire l’inclusione di tutti nella vita sociale e civile.

Don Minzoni pochi giorni prima della morte disse: “La religione non ammette servilismi, ma il martirio”.

Noi saremmo capaci di una tale forza interiore?

Noi coltiviamo la spinta morale necessaria al sacrificio di sè?

Noi siamo pronti ad investire sui giovani, risvegliando la loro speranza assopita ed aiutandoli a trovare e difendere il loro sogno?

Il seme buono lasciato da Don Minzoni può dare ancora frutto, qui a Ravenna e nel nostro Paese.

cross